La nemesi della storia. E del tiki taka. Dalla tradizione cinese alla tragedia greca, da Shakespeare a Guerre Stellari, arriva sempre il momento della vendetta, in cui l’allievo uccide il maestro e qualcuno legato a quest’ultimo si fa poi carico di sconfiggere l’allievo. Nel calcio è successo un venerdì 13, all’Arena Fonte Nova di San Salvador, quando l’Olanda ha schiantato sotto il peso di cinque gol la Spagna e ha decretato la fine (temporanea) del tiki taka. Poi confermata, sempre parzialmente, ieri sera dalla strabordante vittoria del Cile sulle Furie Rosse. Se non è lecito suonare le campane a morto per uno stile di gioco che sopravviverà ai suoi stessi interpreti, per esempio nel Bayern Monaco di Guardiola, è curioso notare come il tiki taka che ha fatto la grande la Spagna (e il Barcellona) negli ultimi dieci anni sia stato sconfitto dagli inventori di questo stile di gioco.

Il termine tiki taka si fa comunemente risalire alla cronaca della partita del Mondiale di Germania 2006 tra Spagna e Tunisia, in cui il commentatore spagnolo Andres Montes per sottolineare il possesso palla dei suoi esclama: “Estamos tocando tiki-taka, tiki-taka”. Da allora il termine è diventato comune per descrivere il gioco di una Spagna capace di vincere nel giro di quattro anni due Campionati Europei (2008 e 2012) e una Coppa del Mondo (2010) e un Barcellona che ha vinto un po’ tutto. Intorno al tiki taka si sono scritti libri e saggi, si sono sviluppati discorsi accademici e chiacchiere da bar: chi pro, chi contro. Simbolo supremo Andrés Iniesta la cui tecnica individuale, intelligenza calcistica e palmares irraggiungibile ne fanno il giocatore che più di ogni altro ha segnato il nuovo millennio calcistico.

Eppure tutto cominciò molto prima, esattamente quarant’anni fa: sempre su un campo di calcio, sempre durante un Mondiale. Era il 7 luglio 1974, quando Olanda e Germania si affrontavano all’Olympiastadion di Monaco per la finale della Coppa del Mondo. La Spagna non si era nemmeno qualificata alla fase finale della competizione. Il primo minuto di quella partita resta nella storia: dal calcio d’inizio a centrocampo gli olandesi si passano la palla tra di loro con tocchi stretti, spesso di prima, scambiandosi posizione in campo, senza mai farla toccare agli avversari. Passano circa 54 secondi e 16 passaggi tra olandesi quando Cruyff è atterrato in aerea e l’arbitro fischia il rigore. Un nuovo modo di giocare a calcio, mutuato da quell’Ajax che aveva appena vinto tre Coppe dei Campioni di fila, entra nelle case della gente attraverso la televisione: nasce il calcio totale.

L’allenatore di quel primo Ajax e di quell’Olanda, che in quegli anni era passato guarda caso al Barcellona, è il profeta Rinus Michels. Da allora la fisica quantistica della storia – parafrasando un seminale libro sull’argomento tiki taka di Sandro Modeo – ha più volte sovrapposto quell’Olanda e il Barcellona, attraverso i nomi di Michels, Cruyff da giocatore e poi allenatore fino a Van Gaal: il tecnico che a cavallo del nuovo millennio trasforma il calcio totale olandese nel tiki taka spagnolo. Un lavoro poi proseguito da Rijkaard e sublimato da Guardiola. Possesso palla, passaggi corti, interscambio dei giocatori e delle loro posizioni sul campo, con le dovute affinità e divergenze questo era il calcio totale olandese ed è oggi il tiki taka spagnolo. Fino a che proprio un olandese che al Barcellona ha allenato e insegnato, il futuro tecnico del Manchester United e attuale della nazionale olandese Louis Van Gaal, una sera di giugno non ne decreta la fine (temporanea) e chiude un ciclo. In attesa che mille altri ne fioriscano.

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