Il governo sta per scoprire le sue carte. Entro il 20 giugno il Consiglio dei ministri dovrebbe approvare il cosiddetto “taglia bollette”, il decreto per ridurre del 10% il costo dell’elettricità alle piccole e medie imprese (pmi). Come al solito, sarà difficile stimare il saldo tra quello che il governo dà e quello che prende. Al momento non ci sono stime, ma da quello che emerge l’operazione ha un costo compreso tra 1,9 e 2,9 miliardi di euro e la copertura deriva da tagli ai sussidi per la produzione di energia, in particolare quella da fonti rinnovabili. Il governo minimizza l’effetto sul settore assicurando di voler ridurre le posizioni di rendita di cui godono alcuni produttori.

Come era prevedibile, l’annuncio del decreto ha suscitato la levata di scudi di tutto il mondo che orbita attorno alla galassia delle energie rinnovabili. Le prime bozze del decreto prevedevano tagli retroattivi agli incentivi. Assorinnovabili è arrivata a denunciare “effetti disastrosi” come il fallimento della maggior parte degli operatori, gravi impatti occupazionali e la perdita per lo Stato di circa 600 milioni di euro di gettito.Il Governo sembra aver aggiustato il tiro, anche se le aziende del settore continuano ad essere preoccupate. Secondo una nuova bozza in circolazione, citata dall’agenzia Agi, gli operatori potranno scegliere tra due opzioni: un prelievo straordinario sugli utili o il pagamento degli incentivi lungo un arco di tempo più lungo di quello previsto (si incassa meno di prima ma per più anni). L’esecutivo sta pensando di coinvolgere anche la Cassa depositi e prestiti per affiancare le banche nella rinegoziazione dei prestiti concessi ai produttori. Dei quasi 3 miliardi di minori costi previsti, due terzi andrebbero a beneficio delle sole pmi. “Le nostre piccole imprese pagano l’energia elettrica il 31% in più rispetto alla media europea. Si tratta di 4 miliardi di euro di maggiori costi”, ha rammentato il presidente di Confartigianato, Giorgio Merletti, nel suo intervento all’assemblea annuale.

Naturalmente l’alto costo dell’energia elettrica non riguarda solo le pmi: dal 2003 ad oggi le bollette delle famiglie sono aumentate da 337 euro a famiglia a 518 (+54%), secondo l’associazione Free. Il guaio è che spesso gli italiani non sanno neanche cosa stanno pagando. Una delle voci che pesa di più in bolletta è la componente A3, che per quasi l’80% è fatta di sussidi alle rinnovabili. L’Autorità per l’Energia (Aeeg) calcola che nel 2015 le energie ‘verdi’ arriveranno a pesare circa 12,5 miliardi di euro sulle tasche dei consumatori. Sussidi troppo generosi, secondo l’Aeeg, considerando anche che i prezzi dei materiali per la costruzione di un impianto sono diminuiti. Il quadro è completo se si aggiunge che gli incentivi sono erogati “a pioggia” con una remunerazione fissa, favorendo in alcuni casi posizioni di rendita grazie a una remunerazione generosa del capitale investito.

Ma il problema non è legato solo a una questione economica. Ci sono nodi più strutturali. Innanzitutto, l’Italia non è stata capace di creare una filiera nazionale: l’azienda o il privato che mettono su un impianto ‘green’ comprano il materiale soprattutto dall’estero. I pannelli fotovoltaici installati in Italia vengono principalmente dalla Cina e dalla Germania. I dati Istat fotografano in modo netto la dipendenza dell’Italia: le importazioni di turbine idrauliche, gruppi elettrogeni ad energia eolica e generatori fotovoltaici sfiorano il miliardo nel 2013, le esportazioni degli stessi prodotti si fermano a circa 478 milioni.

Poi ci sono la burocrazia farraginosa e le lunghissime procedure autorizzative di connessione e di accesso alla rete, senza le quali, secondo Anie Rinnovabili, si potrebbe arrivare a una diminuzione dei costi degli impianti fotovoltaici fino al 15-20%. Le aziende devono anche vedersela con la mannaia dell’accesso al credito per le imprese: le banche hanno stretto i cordoni della borsa e non concedono più i prestiti spesso necessari per installare gli impianti. Non aiuta neanche il cambiamento delle regole in corsa, che provoca incertezze negli operatori. L’associazione Free ha presentato una ricetta per ridurre i costi di progettazione e produzione degli impianti e alleggerire la bolletta: una cabina di regia per rendere trasparenti le decisioni politiche, meccanismi di premiazione per i consumatori virtuosi e sviluppo dell’autoproduzione (che produce attraverso impianti termici ed elettrici l’energia direttamente dove è la domanda). Non ultimo c’è il problema del prelievo tributario: nel 2014 la tassazione del reddito d’impresa (Ires) è salita di 6,5 punti percentuali dal 27,5 al 34%. Il governo Letta ha infatti esteso la cosiddetta Robin Hood Tax a gran parte dei produttori da fonti rinnovabili.

Una buona notizia per il settore è tuttavia arrivata proprio in questi giorni dal Consiglio di Stato. Confermando la pronuncia del Tar, il tribunale amministrativo ha respinto il provvedimento dell’Autorità per l’energia sugli oneri di sbilanciamento, cioè gli oneri a carico dei produttori “verdi” per coprire il costo di intermittenza nella produzione di elettricità (quando ad esempio è nuvolosi un impianto fotovoltaico produce meno e dunque deve intervenire l’operatore elettrico tradizionale). I produttori “green” dovranno sì contribuire ai costi ma in misura diversa da quella prevista dall’Aeeg. L’importante, dice il CdS, è che non vengano ‘socializzati’, ossia non ricadano anche questi in bolletta.