Sorgente-PoPoi ci sono le dimenticanze. Poi c’è il Po. Ti chiedi come sia possibile che un fiume lungo 700 km, sulle cui rive vivono 16 milioni di persone, che attraversa quattro regioni, tredici province e quasi duecento comuni rivieraschi possa essere diventato, nel tempo della modernità e della comunicazione libera, la scomparsa più incredibile e meno denunciata della storia del nostro Paese.

Anche in questo caso a comandare è la retorica. Quella pelosa e sterile dei convegni istituzionali. Per cui del Po si può parlare per presentare dati e statistiche buoni per chi le fa e ci campa. Che non cambiano la sostanza, ed anzi lo allontanano sempre di più dalle comunità che ci vivono a un passo, oltre arginature sempre più alte e inaccessibili. Il Po è la latrina in cui versare i nostri scarti e bisogni, è la cartolina buona per raccontare storie di una storia che non c’è più. E’ l’esempio vivente di un fallimento. Il nostro. Che è fallimento collettivo. Di rimozione. E di abuso. Di un modello di sviluppo che usa e consuma tutto, calpesta, travolge. Uccide.

Anche nel resto d’Europa i grandi fiumi sono più o meno inquinati, e in fondo non è questo l’aspetto più incredibile e assurdo di questa vicenda. Ma la dimenticanza, appunto. Il fatto che il Po sia sostanzialmente confinato in un angolo remotissimo del nostro essere comunità, anche laddove il Po è attraversamento, ponte tra una sponda e l’altra. Questo produce un miracolo al contrario che fa del Po un abuso quotidiano e silenzioso, nell’indifferenza collettiva.

Ma il Po potrebbe essere la più stupenda e grande opera su cui costruire il corpo di un’Italia nuova. Il Po, i nostri reni, e noi i remi da far forza verso un’altra direzione. In “MorimondoPaolo Rumiz scrive una pagina memorabile sul grande fiume, che vi consegno con ammirazione.

“Vennero gli uomini, poi le legioni, e le legioni vollero governare quel mondo dove terra e acqua si ibridavano instancabilmente. Lo tagliarono ad angoli retti, lo bonificarono, individuarono i punti più adatti al guado e al traghetto. Ci provarono anche monaci costruttori di abbazie, che deviarono la corrente per scoprire terre fertili. Ma il grande monosillabo non si faceva comandare e cambiava strada egualmente, tracimava, si divideva, rompeva gli argini, interrava ricchissimi porti, cambiava foce, lasciava negli annali memorie catastrofiche chiamate “rotte”, che ancora oggi i popoli del fiume ricordano segnandosi e che portano il nome di Ficarolo, Sermide, Guastalla.

Poi furono eretti argini e aperti canali, si costruirono fabbriche, ci furono proteste e repressioni, infine la guerra. E venne il giorno in cui tanti smisero di zappare e provarono schifo per il sudore della fronte. I torrenti si svuotarono e i mille rivoli del fiume divennero un canalone e uno scolo; l’aria diventò veleno, i villaggi sui monti furono abbandonati come per una pestilenza, gli uccelli migratori sbagliarono stagione e gli orsi non andarono più in letargo.

Venne anche il tempo in cui gli uomini divennero sordi a tutto questo, perché avevano già dimenticato l’erba, le piante e gli animali con cui erano vissuti per millenni. Tacquero, per la vergogna di ammettere che tutto era già successo e non avevano fatto niente per impedirlo.

Eppure il fiume andava, era lì davanti ai miei occhi, carico di forza battesimale e rigeneratrice, in mezzo a tutto questo. Si faceva carico dei nostri veleni e della nostra imbecillità. Era insieme pazienza e furia vendicatrice. Rinasceva dopo ogni magra e ogni catastrofica piena. Sui suoi argini sentivo ancora fisarmoniche e vedevo nonni prendere i nipoti per mano e dir loro: ecco, questo è il tuo fiume.”