C’è un risvolto ancora tutto da spiegare nell’inchiesta sul Mose che ha squarciato il velo sulla nuova tangentopoli a Nordest (e non solo). I finanzieri infatti, oltre a perquisire e sequestrare carte nelle case e negli uffici di indagati e arrestati, si sono presentati a sorpresa anche negli uffici e nell’abitazione privata del direttore dei servizi segreti del Triveneto Paolo Splendore. Non solo, gli uomini della Guardia di Finanza sono andati nella procura della Città del Santo e hanno perquisito gli uffici del capo dell’aliquota carabinieri della polizia giudiziaria di Padova, Franco Cappadona.

I due non risultano iscritti nel registro degli indagati, gli investigatori puntavano solo a trovare riscontro di alcuni tratti di indagine relative ad ‘avvicinamenti’ messi in atto dai Servizi nei confronti di Piergiorgio Baita, all’epoca dei fatti capo di Mantovani.

Ma non è la prima volta che si parla dei Servizi nell’ambito delle inchieste venete. Già nell’ordinanza che portò in carcere Baita, la “dogaressa” Claudia Minutillo, il commercialista William Colombelli e Nicolò Buson, emerge chiaramente il tentativo da parte degli indagati di accedere a informazioni riservate in merito alla verifica fiscale che stava mettendo nei guai il capo di Mantovani. Tanto che nell’ambito dell’inchiesta viene arrestato anche il vicequestore di Bologna Giovanni Preziosa, perché aveva avuto accesso al database delle forze dell’ordine per dare aiuto alla Mantovani in cambio di mazzette.

Le inchieste sui fondi neri che sono sfociate nei clamorosi arresti del sindaco di Venezia Giorgio Orsoni, nella richiesta di arresto per l’ex governatore Giancarlo Galan e di molti altri politici e non, ci sono molto millantatori che si vendono per ciò che non sono, ma ci sono anche molti che hanno campato sulle spalle del Consorzio (e quindi, per proprietà transitiva, sui cittadini) garantendo protezione e aiuto. Come l’ex generale della Guardia di Finanza Emilio Spaziante, che dietro la promessa di pagamento di 2 milioni e mezzo di euro ha aiutato Giovanni Mazzacurati a proseguire nel processo di “oliazione” del sistema, grazie anche al sostegno, dice l’ordinanza, di Marco Milanese. Insomma da un lato c’è qualcuno che la racconta grossa, ma dall’altro c’è anche qualcuno che i favori li fa veramente. Nel dubbio, stando almeno alle carte, Mazzacurati e Baita pagavano tutti, forse temendo ritorsioni e minacce. Pagavano anche l’imprenditore trevigiano Luigi Dal Borgo, oltre a Mirco Voltazza, Gino Chiarini, Alessandro Cicero e Antonio Manganaro, questi ultimi due a capo del quotidiano on line “Il Punto”.

I cinque sono indagati per millantato credito, per aver spillato contratti per 5 milioni di euro (Voltazza) e sostegno finanziario per 4 milioni e mezzo (Il Punto) garantendo conoscenze tali da poter conoscere sul nascere qualsiasi indagine giudicata pericolosa. Indiscrezioni sono emerse circa l’identificazione de Il Punto come luogo di incontro e scambio di informazioni con i servizi segreti. Dev’essere per questo che i finanzieri si sono insospettiti quando hanno appreso di quell’avvicinamento fatto da Splendore, che pare abbia incontrato Baita una sola volta. O forse le carte dicono molto di più di quanto non trapeli.

Splendore, nato nella bassa padovana, è capo Aisi del Triveneto dal 2007, in precedenza era considerato molto vicino a Bruno Contrada durante un lungo periodo di servizio a Palermo. Di altro tenore le interferenze sarebbero arrivate anche da Cappadona, il cui ruolo è ancora da definire nel contesto delle indagini. I finanzieri hanno perquisito il suo ufficio cercando di chiarire alcuni messaggi indiretti che sarebbero arrivati a Baita. Nota agli indagati era l’ostilità di Cappadona con Mirco Voltazza, anche lui, come il carabiniere, residente a Piove di Sacco e titolare di una agenzia investigativa. Cappadona, messinese di Librizzi, da 25 anni ancorato saldamente alla procura di Padova, qualche giorno fa è stato indagato per tentata concussione dai carabinieri del Reparto operativo della città del Santo. L’uomo avrebbe fatto pressioni nel contesto di una gara d’appalto che, nei suoi (presunti) progetti doveva andare a un’azienda vicina della Compagnia delle Opere.