La Cassa Depositi e Prestiti vuole essere la nuova Iri. O forse no. Nel dubbio però conclude “operazioni di sistema” come il riacquisto dalle banche azioniste del pacchetto di maggioranza della Sia, società milanese leader in infrastrutture e servizi di pagamento elettronici. Non sorprende quindi che il presidente della Cdp, Franco Bassanini, abbia tenuto a chiarire come stanno realmente le cose. E così giovedì 29 maggio abbia deciso di rettificare un’intervista concessa al Foglio di Giuliano Ferrara ribadendo di non pensare affatto che la “Cassa Depositi e Prestiti debba imitare l’Iri”.

Una buona notizia per le tasche degli italiani che hanno affidato i propri risparmi ai buoni fruttiferi emessi dalla Cdp e venduti attraverso la rete di Poste Italiane. Se non fosse per un piccolo dettaglio: se è vero che per statuto la Cassa non può investire in aziende in perdita come invece accadeva per l’Iri, nata sotto Mussolini per evitare il fallimento delle più importanti banche italiane, è altrettanto vero che Bassanini, espressione delle Fondazioni bancarie presenti nel capitale della Cdp, può scegliere autonomamente dove mettere i soldi. E decidere quindi anche di comprare partecipazioni che sono in mano agli istituti di credito italiani alla disperata ricerca di fondi per far quadrare i malandati bilanci nel pieno degli esami comunitari.

La Sia, che ha appena nominato alla presidenza Giuliano Asperti del fondo F2i, è un caso di scuola. La Cassa, attraverso il Fondo Strategico Italiano e con il supporto del fondo F2i di Vito Gamberale e del fondo di investimento delle Camere di Commercio, Orizzonte, ne ha comprato il 59,3 per cento rispettivamente da Intesa (28,9%), Unicredit (20,1%), Mps (5,8%) e Bnl (4,5%) spendendo 765 milioni. Un buon affare per gli istituti di credito come testimonia il fatto che Mps, ad esempio, ha realizzato ben 37 milioni di guadagno netto. Non certo una cosa da poco con i tempi che corrono.