Grande attesa, rullo di tamburi, e ai primi exitpoll la doccia fredda. I sondaggisti, categoria amata, criticata o vezzeggiata nelle ultime 24 ore hanno dato davvero i numeri. Ma erano quelli sbagliati. Tutti, chi più e chi meno, hanno colto la “tendenza” e magari l’ordine d’arrivo. Nessuno, invece, ha predetto i 20 punti di distacco tra Pd e Grillo che sono poi il dato politico di questa tornata. Come uscire con l’ombrello mentre ci sono 40 gradi al sole. Gli interessati però non ci stanno a farsi “processare”. Spiegano, semplificando, che è tutta colpa degli elettori ormai così “fluidi” nel passare da un ramo all’altro da essere diventati bugiardi. Inaffidabili al punto da alterare le indagini demoscopiche. “E’ evidente – dice ad esempio Maurizio Pessato – che una quota consistente di moderati che votava Berlusconi all’ultimo ha deciso di dare la sua preferenza a Renzi. Possiamo immaginare che in molti casi il voto sia stato dato senza totale adesione, e infatti molti elettori si sono rifiutati di fornire indicazioni ai sondaggisti perché potessero cogliere l’ampiezza del divario”. E così Renzi è avvertito, dovrà soddisfare anche le istanze dei moderati di centro destra, pur essendo segretario del Pd. Pena la pronta disponibilità a votare altri, salvo non dirlo.

“Credo che, visti gli ascolti e l’esperienza in fatto di elezioni e sondaggi, Mentana non si lamenterà”. Risponde con una battuta Fabrizio Masia, l’uomo di Emg che – al pari di tutti gli istituti della categoria – si è fumato il “distacco”. Lui ci ha messo la faccia, conducendo le danze dei numeri nello speciale di La7 e oggi, sentito da ilfattoquotidiano.it, spiega così la deblacle nelle capacità predittive dei sondaggisti. “In realtà se andate a vedere i nostri ultimi sondaggi, quelli pubblicati prima che scattasse lo stop alla diffusione davamo Grillo al 25% e il Pd al 33. E ancora ieri la tendenza di una vittoria del Pd sul M5S era chiara, solo non abbiamo potuto cogliere che si sarebbe trattato non di vittoria ma di una straordinaria vittoria. Misurare il distacco, del resto, è impresa complicatissima. Troppe sono ormai le variabili in gioco”. Dove per variabili, ad esempio, si intende una fluttuazione di voti che segue le leadership anziché i partiti. “Gli elettori sono sempre meno legati a un’area di riferimento, subiscono piuttosto la fascinazione momentanea del leader che riesce a calamitare su di sé pacchetti di consenso difficilmente misurabili, spesso improvvisi. E in Italia di partiti così, a forte trazione personale, ne abbiamo tre, i principali. Ecco perché ci è stato agevole scrutare dal 12esimo al decimo, ma sul testa-a-testa dei primi due siamo arrivati tutti lontani dall’intercettare il reale distacco”.

Ne fa una questione sociologica un altro sondaggista, Antonio Noto. La prima ragione della “svista” clamorosa è fisiologica: “In Italia c’è un 15% di elettori, circa 7-8 milioni, che non si identifica in alcun partito e vota rispetto al contesto, al momento. E sono quelli che fluttuano da un’area all’altra. Spesso non sono pienamente orgogliosi del proprio voto. Magari l’anno scorso l’hanno dato a Grillo, quest’anno al Pd, ma non lo dicono. Due i comportamenti in questi casi: rifiutano l’intervista sottraendosi come campione, oppure mentono indicando all’intervistatore un voto che non hanno espresso”. Insomma, ad affossare la scienza dei sondaggi sarebbe un elettorato sfiduciato dalla politica che vota ma non si dichiara. “A volte questa componente è così forte da produrre effetti distorsivi, era successo anche con Grillo nel 2013”. Effetto, dice il sondaggista, anche di “una lunga stagione di sfiducia verso tutto quello che ha anche fare con la politica”. Secondo Noto non aiuta neppure il divieto fatto di pubblicare i sondaggi 15 giorni prima del voto, anomalia tutta italiana: “E’ una cosa che succede solo da noi, il risultato è che l’elettore cui viene chiesto di ripetere il voto ai fini di sondaggio spesso si rifiuta di farlo. Pensa, teme, ritiene di fare qualcosa che non è pienamente lecito. Ed è un problema di democrazia, perché solo nei Paesi non democratici non si pubblicano sondaggi”.

C’è chi si spinge oltre, ipotizzando speculazioni sui sondaggi. Magari coordinate dalla grande finanza. “Noi non abbiamo mai creduto a quel pareggio o al sorpasso che a un certo punto ha preso piede sui giornali”, spiega Pessato. “Se ricordate 15 giorni prima del vot0 è partita una girandola incontrollata, complice il divieto a pubblicare in chiaro i sondaggi, circa il testa a testa tra Grillo e Renzi. Noi non ci abbiamo creduto ma abbiamo è innegabile che si sia stata una volontà di speculare e influenzare, ancora ci stiamo chiedendo a che pro e con quali finalità. C’è chi addita la finanza e la possibilità di ottenere vantaggi da una speculazione tra stabilità e instabilità, chi i media che per avere notizie e farsi leggere coltivano suggestioni che non hanno una base scientifica”. 

Grandi speculazioni che entrano negli ingranaggi politico-mediatici, alimentano il mercato degli istituti demoscopici e  finiscono per regalare abbagli statistici. E allora può capitare che sviste e miraggi nel piccolo, a volte, non attacchino. Lo dimostra il caso di un sondaggista, caso più unico che raro, che ci ha preso. Il 20 aprile Fausto Anderlini del centro demoscopico Delos di Bologna non aveva dubbi e segnalava è un vero “boom fiduciario del governo Renzi” con conseguente deblaclé per il M5S. Certo, attraverso il microcosmo dell’area bolognese. Ma a volte, a quanto pare, quella dal basso è la visuale migliore. I segnali deboli, colti dai ricercatori bolognesi, si sono concentrati con le primarie. “Secondo i nostri dati risulta che il 12 per cento degli elettori che sono andati a votare erano del Movimento 5 Stelle. E questi hanno votato o per Renzi o per Civati”. E la cosa, evidentemente, si è ripetuta nelle urne.