È il 1995 più o meno, il Brit pop è pronto a conquistare il mondo spodestando il fenomeno Grunge che ha perduto il suo portavoce, Kurt Cobain, e il Rap guadagna fette sempre più consistenti di mercato. Per i gruppi americani di frontiera, quelli che fanno musica non per costruirsi una carriera, ma per vocazione, invece, torna il momento di rifugiarsi nelle retrovie, nuovamente. È in questo periodo che la parola “alternativo”, nel panorama culturale e musicale italiano, perde il suo significato, sparendo dalle bocche della gente, dalle penne dei giornalisti, sostituita dalla anglofona “indie”. Da allora, quante discussioni feroci e inutili su questo termine sono state portate avanti per definire una situazione che, se analizzata in maniera pragmatica, esiste da sempre? E il risultato? Una gran confusione e più immobilismo che cambiamento, facendo passare il concetto del do it yourself (autoproduzione) come una sorta di  ribellismo estetico. A distanza di 20 anni, più o meno, esce Non ti divertire troppo (15€+spese di spedizione o 20€+album a scelta dal catalogo Flying Kids Records) impreziosito dalla copertina di Zerocalcare ispirata da un concerto dei Fugazi. Un libro sui ricordi, prodotto da un’etichetta discografica indipendente, la Flying Kid Records, un volume “sulla bellezza dell’adolescenza, sul come si stava bene, ma è anche il racconto di un genere e di quello che ci ha lasciato, un omaggio sentito a una generazione di musicisti”. Giovani e meno giovani, addetti ai lavori e semplici appassionati, tutti uniti dalla passione per un genere, un periodo, un canone stilistico hanno dato il loro contributo, chi in modo più monografico e nozionistico, chi in modo del tutto personale. Tutti concordi però sul fatto che il termine “indie” oggi indichi un’altra categoria, “qualcosa di fatuo, piatto come  una  moneta da un eurocent passata sotto un rullo compressore, sostanzialmente vacuo e nemmeno troppo gradevole”. Tra i contributors figura Emiliano Colasanti, collaboratore di Rolling Stone e gestore del blog musicale Stereogram sul sito di GQ, a cui abbiamo chiesto il motivo per cui uno non deve divertirsi troppo.

Emiliano, quali sono le ragioni per cui avete deciso di scrivere questo libro?
Preciso che non sono fra gli ideatori, ma sono solo uno dei partecipanti, che ha accettato di prender parte al progetto per due ragioni: la prima è che è una cosa nata da amici, anche se nel libro c’è anche gente che non ho mai conosciuto di persona e pure qualcuno con cui non vado troppo d’accordo, e mi piaceva l’idea di partecipare a un libro nato veramente dall’amore per la musica e dalla pura voglia di realizzare qualcosa. Se ci pensi è lo stesso spirito che ha guidato quel movimento musicale a cui questo libro è dedicato. L’altro motivo è che io da ascoltatore sono cresciuto con questo suono, è la musica che mi ha formato e che tuttora mi rappresenta di più. Forse perché ci trovo una purezza che non ho mai rivisto altrove.

Rientra però perfettamente nel filone Retromania ben descritto dal critico musicale del Nyt Simon Reynolds…
Non lo considero un libro nostalgico, ma più come una sorta di auto-tributo che facciamo a noi stessi, alle persone che eravamo, e a quelle che siamo ora, attraverso la musica che in qualche modo ha segnato la nostra crescita. Poi sì, credo che quest’epoca in cui passato e presente si sono annullati a vicenda, finendo per generare una strana linea di continuità temporale per cui le epoche si mischiano e si fa davvero fatica a guardare avanti, possa essere considerata a tutti gli effetti come quella della nostalgia intesa come valore di mercato. Forse perché la generazione che va dai 30 anni in su è l’ultima a essere cresciuta in un periodo in cui all’oggetto disco veniva riconosciuto un valore diverso da quello di ora. Per cui gli unici a comprare i dischi sono quelli che lo facevano già 20 o 15 anni fa, mentre per le nuove generazioni è naturale ascoltare una canzone e poi passare ad altro.

Cos’è che rimpiangi di quegli anni e cosa invece ti rende speranzoso, se c’è, per i tempi in cui viviamo?
Di quegli anni rimpiango, ma è un rimpianto personale, lo stupore e la sensazione di scoprire costantemente cose nuove. Ascoltavamo la musica con lo stesso atteggiamento con cui i bambini guardano il mondo. Poi, andando avanti, tutto ti sembra scontato, normale, e un po’ si perde quel tipo di emozione. Anche se magari si acquista maggiore complessità. Ma la naturalezza con cui guardavo a certe cose mi manca. Il futuro è una trappola, dicevo quello, ma credo che vivere rincorrendo quello stupore lì di cui parlavo prima sia necessario. Diciamo che sono un pessimo ottimista. O un ottimo pessimista.

Perché non ci si deve divertire troppo?
Perché in realtà ci siamo divertiti davvero tantissimo a farlo, anche se c’è voluto più di un anno e chi ha dovuto assemblare tutto è quasi impazzito.