L’hashtag è in circolazione da un pezzo perché c’è chi questa protesta la conduce da anni. Ora il fronte #noexpo ha passato la dogana ed è approdato in Svizzera, che il 27 ottobre del 2011 fu il primo paese a aderire all’evento del 2015. Qui non sono i centri sociali a contestare l’esposizione universale, ma la Lega dei Ticinesi. Il partito xenofobo, feudo della famiglia Bignascaha lanciato attraverso il suo sito una raccolta firme per sottoporre a referendum lo stanziamento di 3 milioni e mezzo di franchi (2 milioni e 800 mila euro) per la partecipazione del Cantone Ticino all’Expo. Nel complesso la confederazione ha messo a bilancio un budget da 32 milioni di euro per l’appuntamento milanese.

Il finanziamento è stato votato negli scorsi mesi da una maggioranza trasversale formata da Plr, popolari e socialisti. Non solo la destra ha contestato la scelta, per una esponente dei Verdi ticinesi “in questo modo si finanzia la mafia italiana”. La Lega sta in prima fila con i suoi toni battaglieri. “Perché sostenere un’idea senza una vera progettualità e benefici tangibili per il mercato e per la gente?” si domandano sul sito noexpo2015.ch. “Non mandiamo i nostri soldi in fumo per finanziare Fallitalia” aggiungono.

Segue un elenco di dieci motivi per cui il Ticino dovrebbe stare alla larga da Rho. “Expo 2015 ha già un bel po’ di gente in galera per vari motivi. Le infiltrazioni della ‘ndrangheta non sono tra le credenziali migliori per avvicinarsi a una manifestazione” scrivono. “Mentre tagliano i sussidi ai cittadini, ci imbarchiamo in una enorme perdita di denaro”.

Il Ticino, assieme ai cantoni del San Gottardo, ha uno spazio all’interno del padiglione elvetico, 4500 metri quadri per promuovere il turismo, gli orologi e il cioccolato locale. Oltre al sentimento anti-italiano che caratterizza formazioni come Lega e Udc, a creare dubbi tra i ticinesi contribuisce lo stato di avanzamento delle opere connesse a Expo. La Svizzera ha sempre guardato con fiducia alla costruzione della Pedemontana, l’autostrada destinata a collegare le province di Milano, Bergamo e Varese con la conseguenza di decongestionare il traffico in direzione Gaggiolo e Chiasso.

Ma i ritardi si sono ormai fatti cronici. Ancora meno certezze dà la ferrovia Arcisate-Stabio, che unisce il varesotto a Mendrisio. Un’opera fondamentale che su territorio italiano procede a singhiozzo tra le proteste elvetiche. E’ tramontato definitivamente il TrenHotel di Chiasso: un albergo provvisorio su rotaia con 324 posti letto da parcheggiare nei pressi del confine per ospitare i visitatori dell’esposizione, ma pochi giorni fa il 70% degli abitanti del comune ha optato per rinunciare all’esborso. Il dossier di candidatura del 2008 esaltava l’esperienza di un ingresso in barca nel cuore della città. Da Locarno, attraverso il Lago Maggiore e i canali navigabili, si sarebbe approdati alla Darsena passando per il sito della Fiera. Un progetto ambizioso man mano ridimensionato, così come gli annunciati chilometri di piste ciclabili.

La campagna della Lega dei Ticinesi non è da sottovalutare perché in Svizzera i referendum sono cosa seria e perché il partito di estrema destra ha dimostrato di avere un nutrito seguito. Furono tra i più accesi promotori della consultazione dello scorso febbraio per porre un tetto alla presenza di lavoratori stranieri nel paese. In quel caso il risultato fu condizionato proprio dal voto di massa dei ticinesi che vollero dare un segnale alle migliaia di italiani che ogni mattina attraversano il confine per andare nelle fabbriche o negli uffici del cantone.

Certo, in questo momento l’affaire ticinese è all’ultimo posto tra le cose da affrontare dalla dirigenza della società Expo. Anzi, la presenza dei paesi che partecipano all’evento milanese è ottima. Sono stati in 144 finora ad aderire, cifre da record. Con l’India, però, la questione marò rende tutto più difficile. Altre possibili defezioni, ben più rumorose di quella di Bellinzona, potrebbero arrivare da Turchia e Ucraina. Ad Ankara considerano uno sgarbo il mancato appoggio italiano alla candidatura della sconfitta Smirne nel 2020, della parola data da Kiev si è persa traccia tra blindati in piazza e venti di secessione.