La sfida si fa serrata e l’attesa per il risultato finale ha ormai soppiantato qualsiasi analisi politica sulle elezioni europee del 25 maggio. È chiaro che domenica sera gli unici numeri che i cronisti, i commentatori e tutto il mondo politico, compreso Grillo, guarderanno sarà la percentuale di Matteo Renzi e quella di Beppe Grillo. Ci sarà stato il sorpasso? E se no, di quanti punti il Pd sarà sopra il M5S? E di quanti Renzi avrà superato Bersani? Il gioco delle elezioni, da sempre, è questo. Al contrario, il dato più interessante, quello che misura quante persone, realmente, saranno uscite di casa per andare a sostenere questo o quel partito politico, interessa pochissimo. E invece continua a essere il dato più interessante per sapere cosa sta succedendo intorno a noi, quali sono i movimenti reali e, soprattutto, quale sia il rapporto tra la società e la politica. Domenica sera i numeri che andrebbero contati con attenzione sono almeno due: quante persone credono davvero che l’Europa, cioè la politica del nostro tempo, sia così importante da recarsi alle urne e quante persone si distribuiranno tra le varie offerte politiche.

Il primo dato è quello che offrirà il tasso di disaffezione alla politica, probabilmente crescente sia rispetto alle ultime politiche – dove, però, generalmente votano più elettori – sia rispetto alle scorse europee. Il dato va guardato non solo in Italia ma in tutto il continente perché la radice politica dell’Unione europea e delle sue politiche economiche, continua a essere la propria distanza dalle aspettative popolari. In questo senso, appaiono lunari i consigli che giornali come Il Sole 24 Ore o il Corriere della Sera (si leggano gli ultimi commenti di Stefano Folli e Antonio Polito) continuano a dare al presidente del Consiglio. Renzi è rimproverato di essere stato finora troppo poco europeista e di aver “inseguito” Beppe Grillo invece di ergersi a strenuo difensore della moneta unica più odiata sul pianeta. Il problema per il premier, invece, è esattamente l’opposto: gestire le politiche di austerità, avendoci messo, in questo caso davvero, la faccia, gli ha portato via il soffio di novità che aveva ancora solo un mese fa. L’economia europea ingrigisce chi la gestisce e chi governa l’euro viene punito dagli elettori per la semplice ragione che la Ue richiede riduzione dei diritti sociali, riduzione di reddito a favore di grandi banche e dei redditi più alti.

Se c’è un limite da parte di coloro che contestano l’attuale Unione europea non è la giustezza delle critiche ma, semmai, di non avere valide alternative. I cosiddetti populisti, in cui al momento si può può collocare anche Grillo anche se la definizione è troppo limitata, di fatto propongono di ritornare allo stato nazionale con conseguenze poco auspicabili. La sinistra alla Tsipras, invece, ha alcune idee giuste ma pecca di coraggio e soprattutto, in paesi come la Francia, la Spagna e anche in Italia, non recide il cordone che la lega ancora alla sinistra socialdemocratica che candida Martin Schulz. Analogo problema hanno i Verdi, forza comunque importante a livello europee, spesso interessante, ma molto compromessa con i governi dei vari paesi, caratteristica che li ha condotti alla quasi scomparsa in Italia.

In questo scenario, verificare quale sia realmente il “fascino” europeo e come si collocano, in carne e ossa, gli abitanti di questo continente, dovrebbe essere la questione chiave. La ripartizione percentuale tra i vari movimenti e partiti politici, è ovviamente importante ai fini della distribuzione dei seggi e quindi del peso reale che si avrà nel prossimo parlamento. Ma se si vorrà capire davvero quanto il M5S si è radicato nel Paese o quanto Renzi abbia saputo superare, nel mondo del centrosinistra, lo choc provocato dalle Politiche del 2013 o, ancora, quale punto abbia toccato la parabola discente di Berlusconi, occorre contare i voti, contare i numeri assoluti. La fotografia più importante del 25 maggio sarà quella.