La scelta del titolo a una notizietta sul sito di Repubblica – “La bellezza dell’imperfezione” – non è il massimo. Perché nell’eccedere di buonismo, sottintende la perfezione come valore e sminuisce con sagacia ciò che non lo è, seppur lodandolo.

Il trafiletto segnala tuttavia un interessante progetto – presto un libro – della fotografa americana Ashlee Wells Jackson, che ha ritratto il corpo di quasi quattrocento donne dopo la gravidanza.

Sia stata ispirata da alti valori o dettata da furbesche ragioni di mercato, l’idea ha il merito di immortalare – accessibile a tutti – donne dai fisici più umani ma senza cadere nel semplicistico dualismo magro vs. grasso. Corpi testimoni dei cambiamenti che arrivano col tempo o con un figlio, senza la menzogna dei ritocchi con photoshop nati per mascherare gli inevitabili inestetismi.

La verità del corpo è splendidamente visibile.

I media generalmente si prodigano in sperticati elogi quando un personaggio dello showbiz, a pochi giorni dal parto, sfoggia un fisico statuario ma diventano ostili e crudeli con chi non segue lo stesso miracolato percorso, come ha più volte raccontato Vanessa Incontrada all’epoca del suo post gravidanza.

I fisici fotografati – simili al mio per quei difetti tanto occultati dal mondo della comunicazione – mi hanno ricordato che il destino di tante donne corre, per un certo tratto, lungo un sentiero comune.

Tante, dopo la gravidanza, sperano e si domandano quando il loro fisico potrà tornare ad essere come prima, un’illusione che molte rincorrono ma pochissime raggiungono e solo attraverso parecchi sacrifici. Ho partorito due mesi fa e i segni della terza gravidanza sono ancora presenti, vedere nello specchio altrui la mia stessa immagine e il passaggio degli eventi, è confortante.

In una società dove l’immagine è tutto, potersi riconoscere in modelli condivisibili, rasserena e mette le cose nella giusta prospettiva. Diversamente, il raffronto che inevitabilmente nasce con qualcosa di costruito e impossibile, non può che portare ad una condizione di malessere e frustrazione.

E infatti, non credo di aver mai conosciuto una donna soddisfatta del proprio corpo e che non vivesse con disagio qualche suo aspetto. Spesso erano belle donne, assolutamente affascinanti, ma nella loro testa dovevano essere più magre, più toniche, più alte, più formose... Nello svuotare il corpo della donna di significato altro, al di là della mera fisicità, si mette in discussione il proprio senso di sé.

I segni del tempo, siano questi legati o meno ad una gravidanza, colpiscono chiunque eppure l’aspettativa di “perfezione” tocca maggiormente le donne.

Sempre su Repubblica, alcuni giorni fa pubblicavano le foto recenti di alcune star (tutte donne) e le comparavano con quelle di dieci anni prima. L’articolo affermava che le dive erano più belle oggi rispetto al passato. Quasi tutte risultato di ritocchi, sembravano maschere caricaturali!

Un corpo caratterizzato da smagliature, da un seno non più tonico, da un ventre non piatto, è la testimonianza della nostra esperienza, il diario del nostro vissuto.

Ciclicamente, per legittimare e convalidare il modello inarrivabile oggi presente, vengono lanciate campagne dove si finge un cambio di rotta, utilizzando modelle oversize, il classico contentino per mettere a tacere le frequenti critiche.

Promuovere un’idea che metta in evidenza la normalità di un corpo – come porta avanti la fotografa americana – è sicuramente un messaggio positivo, ma solo quando “l’imperfezione” entrerà nei cartelloni pubblicitari, nei cinema, nelle televisioni, nelle passerelle allora sì che la direzione sarà cambiata.

 E forse allora, donne e uomini, capiranno che in bellezza, la perfezione non esiste.

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