Un referendum per introdurre il salario minimo. Lo voteranno domenica 18 maggio i cittadini svizzeri, chiamati alle urne per decidere su quattro quesiti referendari. Quello “Per la protezione di salari equi” mira ad introdurre nell’ordinamento elvetico un salario minimo di 4mila franchi al mese (circa 3300 euro). L’approvazione della proposta, che va nella direzione già seguita da altri paesi come la Francia e la Germania, farebbe della Svizzera il paese con il più elevato salario minimo al mondo, ma dai sondaggi sembra che i cittadini elvetici non vogliano guadagnarsi questo primato. Gli svizzeri temono infatti ondate di licenziamenti e un’improbabile fuga delle aziende verso l’estero.

Ma andiamo con ordine. La proposta punta ad introdurre un nuovo articolo, il 110a, nella Costituzione federale: “La Confederazione stabilisce un salario minimo legale. Quest’ultimo vale per tutti i lavoratori come limite inferiore vincolante del salario”. E più avanti, nelle disposizione transitorie, si specifica che la retribuzione minima deve essere pari a 22 franchi all’ora, pari a 4mila franchi al mese.

L’iniziativa è stata portata avanti dalla Unione sindacale svizzera (Uss), che ha raccolto 112mila firme a sostegno del progetto. A favore di questa modifica costituzionale, a fianco dei sindacati si sono schierati i maggiori partiti di centrosinistra. I promotori dell’iniziativa sostengono che guadagnare meno di 4mila franchi al mese sia “indegno per un Paese ricco come la Svizzera”. Un salario che, agli occhi di un cittadino italiano, garantisce una vita ben più che dignitosa. “Ma in Svizzera il costo della vita è molto più alto – obietta Vania Alleva, vicepresidente dell’Unione sindacale svizzera – bisogna poi tenere conto di alcune spese, come l’assicurazione malattie obbligatoria, che in Italia non ci sono. Da noi con 4mila franchi si riesce a malapena a vivere”.

Ma l’iniziativa non è diretta solo ad assicurare “una vita dignitosa” per i cittadini svizzeri. L’obiettivo è anche quello di eliminare il dumping salariale. Vale a dire la tendenza dei datori di lavoro a offrire salari poco invitanti per un residente, ma più che appetibili per un frontaliere. In questo modo, l’imprenditore locale risparmia sul costo del lavoro ma al tempo stesso, secondo il comitato per il sì, non fa che “mettere lavoratori stranieri e lavoratori locali gli uni contro gli altri”. Non a caso, negli ultimi anni, le campagne politiche contro i frontalieri si sono fatte sempre più aspre: i lavoratori stranieri sono stati accusati di “rubare il lavoro” ai residenti, raffigurati come topi intenti a rosicchiare la ricchezza svizzera, additati come guidatori pericolosi. È di pochi mesi fa il referendum che ha introdotto un tetto all’immigrazione, puntando a mettere un freno al lavoro delle migliaia di lavoratori frontalieri che ogni giorno varcano il confine attratti da stipendi buoni e bassa disoccupazione.

Tuttavia gli argomenti a favore del sì non sembrano convincere i cittadini svizzeri. Secondo le rilevazioni dell’istituto gfs.bern, il 64% della popolazione elvetica è contraria al progetto del salario minimo, mentre solo il 30% è favorevole. “Questi risultati sono il frutto di una campagna feroce della controparte – spiega Alleva – hanno speso milioni di franchi per diffondere la paura di perdere il posto di lavoro”. Dietro quella definita come “una campagna feroce” sta il comitato “No a un salario minimo dannoso”. Ne fanno parte i principali partiti di centro-destra e associazioni di imprenditori, commercianti, costruttori e albergatori. “È una questione di principio – argomenta Fabio Regazzi, parlamentare del Partito popolare democratico e attivista del comitato per il no – non è giusto che la politica salariale sia decisa dallo Stato. Noi siamo fautori del dialogo tra le parti sociali”.

Ma non di soli principi si tratta: di mezzo c’è anche l’ammontare del salario minimo. “Quattromila franchi sono una cifra elevatissima – prosegue il politico svizzero – che non tiene conto delle differenze regionali. E che paradossalmente penalizza quei soggetti deboli che vorrebbe tutelare”. Sul sito del comitato infatti, si sostiene – citando non meglio precisati studi condotti in Francia, Germania e Usa – che la vittoria dei sì porterebbe a uno scenario economicamente drammatico: abbassamento dei salari, aumento dei prezzi, maggiore difficoltà dei giovani a trovare lavoro. “Con un salario minimo di 4mila franchi, la Svizzera diventerebbe ancora più attrattiva per la manodopera straniera – ragiona Regazzi – il che complicherebbe una situazione già difficile”.

Stefano Modenini, direttore dell’Aiti (l’associazione industrie ticinesi) tratteggia per certi versi uno scenario opposto, lanciando però un ulteriore allarme a sostegno del No. “Non solo ci sarebbero molti licenziamenti, ma la vittoria del si incentiverebbe anche una diffusa delocalizzazione di imprese verso altre economie”.

di Stefano De Agostini e Alessandro Madron