L’Europa lo chiede dal ’92 e i paesi che ne erano ancora sprovvisti si sono adeguati. Tutti tranne due: la Grecia e l’Italia. A 21 anni dalla Raccomandazione 92/441 con cui la Comunità Economica Europea ne sollecitava “l’introduzione in tutti gli Stati membri”, nel dibattito politico italiano sono tornati a far capolino i concetti di “reddito minimo garantito” e “reddito di cittadinanza“, strumenti di Welfare che nel resto del Continente consentono a chi boccheggia al di sotto della soglia di povertà di superarla e vivere una vita dignitosa. Ad aprile Pd e Sel hanno presentato in Parlamento due disegni di legge sul tema, il M5S ha elaborato il proprio. Tre nuove proposte, dopo che negli ultimi 15 anni si sono susseguiti esperimenti e tentativi poco convinti finiti regolarmente in un nulla di fatto. Un fallimento che misura la distanza reale tra un’Italia con una disoccupazione giovanile al 35% e un’Europa presa a modello dagli ultimi governi solo per giustificare tagli e spending review. 

In Italia il dibattito politico sul tema è caratterizzato da una certa confusione terminologica: le due espressioni “reddito minimo garantito” e “reddito di cittadinanza” vengono usate come sinonimi, ma la differenza è sostanziale. “Il reddito di cittadinanza – spiega Roberta Bortone, docente di Diritto della sicurezza sociale alla Sapienza di Roma – è una forma universalistica di sostegno del reddito garantita dallo Stato a qualunque cittadino maggiorenne, sia che lavori o che non lavori, sia che in passato abbia lavorato sia che non lo abbia mai fatto. Che, quindi, viene assicurata vita natural durante ad ogni individuo a prescindere dalla sua disponibilità a lavorare”. Cosa diversa è il reddito minimo garantito, cui ha diritto “chi ha lavorato ed ha perso il lavoro, e che è agganciato agli ammortizzatori sociali”. Non solo: il Rmg è limitato nel tempo e condizionato alla disponibilità del beneficiario di accettare un’offerta di lavoro o a partecipare a programmi di formazione finalizzati al suo reinserimento nel mercato.

LA PROPOSTA DEL PD. E’ stata la prima ad arrivare alla Camera il 10 aprile, si intitola “Istituzione del reddito minimo di cittadinanza”, ma di reddito di cittadinanza non tratta. Il testo prevede, infatti, che ad usufruirne sarebbero “i disoccupati, inoccupati, lavoratori precariamente occupati, privi di lavoro” che dichiarino “la disponibilità al lavoro e alla frequenza di corsi di formazione o di riqualificazione”. Il contributo è di 500 euro mensili ed “è incrementato di 1/3 per ogni componente del nucleo familiare a carico del beneficiario”. Il candidato dovrà avere più di 18 anni, un Isee non superiore ai 6.880 euro annui e possedere soltanto la prima casa. Ne avranno diritto anche gli stranieri “regolarmente soggiornanti in Italia da almeno 3 anni”. L’erogazione del reddito, che ha durata di un anno rinnovabile per un ulteriore anno, verrà sospesa “nel caso in cui il beneficiario venga assunto con un contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato” o anche “determinato”. “E dal 2° anno – spiega Danilo Leva, primo firmatario – il contributo può essere trasformato in dote salariale per l’azienda che assume”.

LA PROPOSTA DI SEL. 600 euro al mese per chi ha un reddito annuale sotto gli ottomila euro, risiede da almeno ventiquattro mesi in Italia ed è iscritto ad un centro per l’impiego. La proposta di legge presentata il 15 aprile alla Camera dal partito guidato da Nichi Vendola, con l’appoggio di alcuni colleghi di Pd e M5S, grazie alla campagna Reddito Minimo Garantito ha raccolto di 50mila firme. “Il beneficio è di 7.200 euro annui, pari a 600 euro mensili” a favore di “tutti gli individui (inoccupati, disoccupati, precari)” che abbiano un “reddito personale imponibile non superiore ad ottomila euro”. Devono essere “residenti in Italia da almeno 24 mesi e iscritti nelle liste di collocamento dei Centri per l’impiego”. “Il sussidio, che scade ogni anno e può essere rinnovato, andrebbe poi ricalcolato in base al numero di familiari a carico – racconta Marco Furfaro, responsabile delle politiche giovanili di Sel – se un singolo ha diritto a 600 euro, una famiglia di 2 persone arriva a 1.000 euro, una di 3 a 1.330. La nostra è una riforma complessiva del Welfare e fondamentale sarà far funzionare i centri per l’impiego, gli ex uffici di collocamento, che dovranno tornare a trovare lavoro ai disoccupati”. Perde, infatti, il diritto al contributo chi viene assunto con contratto “a tempo indeterminato”, “svolga un’attività lavorativa autonoma” o “rifiuti una proposta di lavoro adatta alle sue competenze”.

LA PROPOSTA M5S. Simile a quella di Sel è l’idea del M5S. I grillini avevano presentato in Senato una mozione in cui si parlava di un “reddito minimo di cittadinanza”, ma nei fatti la loro è una proposta di reddito minimo garantito. Il 26 giugno l’aula l’ha bocciata con 181 voti (Pd, Pdl e Scelta Civica) contro  i 50 di M5S e Sel. Se Grillo nei suoi comizi parla di un sostegno di 1.000 euro per tutti i cittadini che non hanno lavoro, nella mozione la cifra non è specificata. Poi il 19 settembre il Movimento 5 Stelle ha annunciato una nuova proposta di legge sul reddito di cittadinanza. “Il cittadino – spiega la senatrice Nunzia Catalfo, membro del gruppo di lavoro – avrà diritto al sostegno ogni volta che si troverà senza lavoro”, ma potrà richiederlo chiunque “abbia un’occupazione ma non riesce a superare la soglia di povertà”. Anche per i grillini tutto parte dalla riforma dei centri per l’impiego: “Faranno fino a tre offerte di lavoro, il cittadino potrà scegliere quella che più si adatta al suo curriculum: se alla terza rifiuterà, perderà il reddito”. 

COSTI E COPERTURE. Il capitolo più fumoso. Solo il Pd parla di cifre: “Istituiremo un Fondo nazionale cofinanziato al 50% dallo Stato e al 50% dalle Regioni. Serviranno 2 miliardi – spiega Danilo Leva –  l’idea è di partire in via sperimentale dalle zone affette da tassi di disoccupazione più alti della media, quindi dal Sud”, quindi da un numero molto ristretto di beneficiari. Al fondo, si legge nel ddl, “è destinata una dotazione di 500 milioni per il 2013 e di 1.000 milioni per ciascuno degli anni 2014 e 2015″. Sel, invece, parla di “10-12 miliardi, ma molto dipenderà da come verranno riformati gli ammortizzatori sociali”, spiega Furfaro. Le coperture? Anche qui nebbia fitta. Nella mozione bocciata dal Senato, il M5S parla genericamente di “reperire le risorse necessarie anche attraverso la lotta all’evasione fiscale e l’incremento delle imposte sul gioco d’azzardo (…) nonché attraverso la redistribuzione delle ‘pensioni d’oro‘”. Anche il Pd propone di tassare il gioco d’azzardo, mentre per Sel “serve una riforma della fiscalità generale – conclude Furfaro – e si può fare ricorso al taglio delle grandi opere, delle spese militari e dei costi della politica“. 

L’UE LO CHIEDE DA ANNI. Tutto cominciò il 24 giugno 1992: con la raccomandazione 92/441, la Comunità Economica Europea sollecitava gli Stati a introdurre “il reddito minimo garantito, inteso quale fattore d’inserimento nella società dei cittadini più poveri”. Le richieste si sono ripetute nel corso degli anni: dalla Comunicazione della Commissione Ue COM (2006)44, alla raccomandazione 2088/867 CE, fino alla Risoluzione 2010/2039 del Parlamento Ue, che sottolinea “il diritto fondamentale della persona a disporre di risorse e prestazioni sufficienti per vivere conformemente alla dignità umana”. Nella lettera inviata al governo il 5 agosto 2011 la Bce chiede di introdurre “un sistema di assicurazione dalla disoccupazione” e tra i 39 punti della richiesta di chiarimenti del 10 novembre 2011 si legge della necessità di “rivedere il sistema dei sussidi di disoccupazione oggi molto frammentario entro la fine del 2011″. Tutti appelli caduti nel vuoto.

15 ANNI DI TENTATIVI. Il primo governo Prodi tentò di venire incontro alle richieste di Bruxelles con il Decreto Legislativo 18 giugno 1998, n. 237, che istituiva il Reddito Minimo di Inserimento, introdotto in Finanziaria per il 1998. Nonostante i discreti risultati raggiunti, il Rmi venne progressivamente smantellato e il governo Berlusconi smise di finanziarlo nel 2003. Nasceva allora nella Finanziaria 2004 il Reddito di Ultima Istanza, ma il progetto era confuso al punto che lo stesso anno la Corte Costituzionale lo dichiarò illegale (sentenza n. 423). Quattro anni dopo, nel Dpef 2008-2011, il secondo governo Prodi annunciò la reintroduzione del Rmi, che però non è stato mai finanziato. E ora, a parte i tentativi quasi tutti fallimentari delle Regioni (nel 2009 la giunta Marrazzo istituì il Rmg nel Lazio, ma la legge non viene più finanziata dai tempi della Polverini) e di altri enti locali (virtuoso il caso del “reddito di garanzia” introdotto dalla provincia autonoma di Trento), la sfida per garantire una vita dignitosa a tutti gli italiani riparte dal Parlamento.