A volte pare di vivere in un déjàvu continuo. Basta attendere l’ennesima tragedia annunciata, come quella dell’ultimo naufragio di migranti nel Canale di Sicilia, che subito riparte il rimpallo di responsabilità tra le istituzioni europee e nazionali, tra accuse e promesse di cambiamento che puntualmente vengono dimenticate non appena si spengono i riflettori sulla scena.

La commissaria europea Cecilia Malmström invoca la solidarietà e la cooperazione dei 28 stati membri dell’Unione, mentre il ministro degli Interni Angelino Alfano richiede un maggiore intervento dell’Europa, così da non dover scaricare tutti i costi sull’Italia e l’operazione Mare Nostrum.

La verità è che proprio a giugno dello scorso anno l’Unione Europea ha ripreso in mano il vecchio regolamento di Dublino del 2003, di fatto riconfermando il principio per cui il paese in cui vengono avviate le procedure di identificazione debba essere lo stesso in cui viene esaminata la domanda d’asilo e quindi lo stesso in cui l’immigrato deve soggiornare. Una norma che scarica l’onere dell’accoglienza sulle spalle dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo, e quindi Italia, Grecia e Spagna. Una direttiva che di fatto avvantaggia stati come la Germania e i paesi scandinavi, che tuttavia possono vantare un numero nettamente superiore di richiedenti asilo rispetto all’Italia e che quindi rifiutano di ascoltare le rivendicazioni di aiuto da parte del nostro governo.

Come spiega il rapporto dell’UNHCR relativo all’anno 2013, “la Germania, con 109.600 istanze, è stato il paese con il maggior numero di nuove domande di asilo. Anche la Francia (60.100) e la Svezia (54.300) sono state tra i principali paesi di destinazione”. Ci precede anche la Turchia, che è attualmente il paese europeo che ospita il maggior numero di rifugiati a causa della crisi in Siria (circa 640.889 siriani al 18 marzo di quest’anno), in cui sono state presentate 44.800 domande di asilo, soprattutto da parte di cittadini iracheni e afghani. L’Italia ne ha invece ricevute 27.800 e la Grecia 8.200″.

Stando ai numeri, quindi, il nostro Paese dovrebbe assumersi le proprie responsabilità e smettere di pretendere aiuto dagli altri stati dell’Unione. Malgrado ciò, quando si arrivano a contare le oltre ventimila persone morte nel Mediterraneo nell’arco degli ultimi vent’anni (considerando solo i cadaveri recuperati), forse bisognerebbe mettere da parte grafici e statistiche e cercare di trovare un accordo che faccia gli interessi delle vere vittime della questione, piuttosto che pensare al proprio tornaconto nazionale.

Basterebbe capire che l’emigrazione è un fenomeno fisiologico della società, perché esiste da sempre e non può quindi essere affrontato come un problema emergenziale o di ordine pubblico, anche perché questa tipologia di gestione tende a essere la più costosa e inefficiente. I governi potranno dunque continuare a investire miliardi per limitare gli ingressi alle frontiere e seguitare a promulgare leggi per ostacolare gli accessi, ma la verità è che i fenomeni migratori non potranno mai essere arrestati. Migliaia di persone ogni anno continueranno a scappare da guerre, regimi sanguinari o mancanza di prospettive e cercheranno di costruirsi un’altra vita in Europa, e l’unica cosa che ci resta da scegliere è la maniera in cui farli arrivare. Possiamo decidere di mandare avanti le stesse politiche sostenute finora, continuare a contare i cadaveri dei naufragi e incentivare i trafficanti di uomini e le organizzazioni criminali che si arricchiscono sul commercio di organi, la prostituzione e la tratta di minori.

Oppure potremmo scegliere di reinvestire i fondi attualmente sprecati nel fallito contrasto dei flussi per creare dei percorsi legali e protetti d’ingresso, che permettano una regolarizzazione ancor prima di lasciare il proprio paese d’origine. Potremmo garantire una degna accoglienza, partendo dal riconoscimento di un titolo di soggiorno che contrasterebbe chi specula sulla manodopera a basso costo facendo leva sull’irregolarità di queste persone e quindi sulla loro impossibilità di opporsi o denunciare. E poi potremmo permettere a queste persone di scegliere il Paese in cui arrivare, magari iniziando a guardare all’Europa come una vera unione di stati, e non come un raggruppamento di nazioni mirate a difendere i propri confini territoriali.

Un progetto che andrebbe in una direzione totalmente opposta rispetto a quello urlato e propagandato dai numerosi movimenti nazionalisti e xenofobi che sembrano raccogliere sempre più consenso in prospettiva delle prossime elezioni europee, dove resta da capire se ci sia veramente qualcuno col coraggio di opporsi a questa deriva e di portare avanti una sfida così importante.