Uno dei luoghi comuni più apprezzati dalla stampa nazionale è che l’università italiana sia dominata dai baroni e occupata militarmente da un esercito di fannulloni che percepiscono stipendi altissimi, pagati dai contribuenti, per dedicarsi ad attività poco edificanti come la manipolazione dei concorsi e la compravendita di esami.

La passione per la denigrazione dell’università italiana è frutto di una pericolosa mistura di analfabetismo scientifico, difficoltà di approfondire temi complessi, scandalismo e caccia al facile consenso di un pubblico sempre più tarato sulla televisione, che non vede di buon occhio la categoria degli studiosi e ammira tutt’altro tipo di personaggi.
Ma anche di una buona dose di verità: i baroni e i concorsi truccati esistono, e spesso – in misura diversa nelle diverse discipline – i professori universitari usano la cattedra come strumento per perseguire interessi molto particolari, che poco hanno a che fare con le ragioni per cui percepiscono uno stipendio pubblico.

Ciò nonostante, i ricercatori che lavorano nelle università italiane continuano a produrre – con un lavoro per certi versi eroico, in condizioni difficilissime tra mancanza di finanziamenti e infrastrutture, stipendi tra i più bassi nel mondo, fiumi di didattica e ingerenze baronali – una ricerca scientifica di alto livello e ancora molto competitiva nel mondo.

A scanso di equivoci, i lettori che non mi conoscono sappiano che una parte della mia modesta attività pubblicistica è dedicata proprio alla promozione della trasparenza nei concorsi, come si può vedere scorrendo i miei blog sul Fatto Quotidiano e su MicroMega e come testimoniato in questo servizio di Report. Per questo spero di essere sopra ogni sospetto se affermo che molti articoli che dipingono l’università italiana esclusivamente come un ufficio di prostituzione intellettuale e di collocamento di parenti, amici e amanti non sono affidabili e servono soltanto a fornire comode giustificazioni politiche al taglio dei finanziamenti pubblici alla ricerca.

L’ultima testata a cadere nella trappola del luogo comune è l’Espresso, che ha pubblicato la settimana scorsa un’ inchiesta sull’abilitazione scientifica nazionale (ASN). Nel leggerla, molti baroni universitari sono saltati sulla sedia. Per la gioia.

L’inchiesta contiene infatti una sfilza di notizie, aneddoti e interviste a senso unico, che servono a dipingere l’ASN come un concorso, anzi “il Concorsone”, truccato. Peccato che l’abilitazione sia tutto fuorché un concorso, e che oltre agli episodi di malaffare la procedura sia anche portatrice di molti aspetti positivi che meritano di essere raccontati.

Il non-concorso su cui si è scatenato il fuoco di sbarramento dei baroni, degli avversari della valutazione e, per ultimo, dell’inconsapevole Espresso, costituisce infatti il primo serio tentativo di mettere i bastoni tra le ruote proprio a quei baroni che vogliono truccare i concorsi (quelli veri), attraverso una valutazione pubblica, trasparente, quanto più possibile oggettiva della qualità del lavoro di ricerca di coloro che aspirano a una posizione da professore nelle università italiane. Sembra abbastanza ovvio che chi non vuole rendere conto a nessuno del proprio lavoro veda l’abilitazione (e più in generale la valutazione) come il nemico pubblico numero uno.

Intendiamoci, è un tentativo fallace e sporcato da tante storture – in parte e non a caso messe in atto proprio dai denigratori dell’ASN – che necessita miglioramenti. Ma è un primo passo nella direzione giusta.
Diversamente dai concorsi, l’abilitazione scientifica non attribuisce alcun posto. Semplicemente, stabilisce se i potenziali candidati dei futuri concorsi hanno raggiunto un certo grado di maturità scientifica, definita attraverso il possesso di “requisiti minimi”. Tali requisiti sono condizione necessaria e non sufficiente, e il loro accertamento è integrato da una valutazione discrezionale da parte di una commissione nazionale, che si forma mediante un sorteggio. I candidati che hanno ottenuto l’abilitazione potranno poi partecipare ai concorsi da professore.

È facile comprendere che, con la “soglia di sbarramento” oggi stabilita dall’ASN, tanti concorsi scandalosi che in passato hanno macchiato la reputazione dell’università italiana non avrebbero potuto verificarsi, visto che i “predestinati” non avrebbero nemmeno potuto partecipare. L’alternativa all’abilitazione, o alle eventuali procedure “centralizzate” che probabilmente la sostituiranno in futuro, è il ritorno alla totale discrezionalità (leggi “arbitrio”) delle commissioni giudicatrici, cioè a un modo storicamente inefficiente di gestire i concorsi nel quale localismo e nepotismo hanno prosperato indisturbati per decenni.

Rispetto al passato, siamo in presenza di un miglioramento netto. Significa che possiamo rilassarci? Certamente no. Perché alcune delle storture raccontate da l’Espresso esistono – anche se, ribadisco, sono solo una parte della storia e coesistono con tanti aspetti innovativi e molto positivi – e bisogna continuare a contrastarle. Perché bisogna migliorare i criteri di valutazione, soprattutto al fine di tutelare adeguatamente il pluralismo degli approcci scientifici, gli studi interdisciplinari e quelli che, per gli argomenti trattati e i metodi utilizzati, si prestano meno ad avere un riconoscimento immediato da parte della comunità scientifica.

Perché c’è sempre il rischio che i concorsi locali non si svolgano in modo trasparente. Alcuni atenei, infatti, hanno imparato a manipolarli con destrezza: basta preparare dei bandi che richiedono ai candidati dei requisiti talmente specifici, perché ritagliati sul profilo di un “predestinato”, da rendere impossibile la competizione. Oppure attribuire, ancora una volta, totale discrezionalità alle commissioni giudicatrici, stabilendo che nella valutazione non si debba tener conto di alcun criterio di valutazione (lo so, è una contraddizione in termini). E perché i continui tagli all’università impediscono l’assunzione di nuovi ricercatori, senza i quali ricerca e didattica sono destinate al collasso.

Finché non avremo debellato il nepotismo accademico e finché i dipartimenti non saranno pienamente responsabili delle loro scelte – nel senso di pagare con minori finanziamenti e minore reputazione il reclutamento di persone che non fanno ricerca scientifica – l’ASN, e più in generale la valutazione della ricerca, saranno utili.

Ps. ho sostenuto queste tesi anche anche a margine di un recente articolo su La Voce, che il giornalista de l’Espresso cita impropriamente a sostegno delle sue tesi, fraintendendone completamente lo spirito e trascurandone i passaggi più significativi. Per inciso, nell’inchiesta de l’Espresso i miei coautori e io veniamo etichettati come “studiosi de La Voce”, come se gli economisti che scrivono su La Voce “lavorassero” per quella testata: niente di male, ci mancherebbe, ma sembra un altro segno della scarsa capacità di comprendere ciò di cui si vorrebbe scrivere.

Pps.  Ho presentato più di una domanda di abilitazione: alcune valutazioni le ho superate, altre no e ne ho patito la delusione, come è accaduto a tanti colleghi, quindi non ho alcun interesse personale a difendere l’Asn.