Il mio amico Victor Toro è un grande combattente. Di origine indigena mapuche, responsabile per l’intervento operaio nel Mir (Movimiento Izquierda Revolucionaria) cileno, entrò in clandestinità dopo il golpe di Pinochet. Venne inserito nella lista delle tredici persone più ricercate dalla dittatura. Catturato un anno dopo, passò un anno legato a un letto cogli occhi bendati e torturato. Eppure, mi diceva, “sono stato fortunato perché mi ha preso l’Aeronautica. Mi avesse preso l’Esercito sarei stato sicuramente eliminato”. Messo in libertà a seguito di negoziati e interventi internazionali, conobbe in Germania dell’Est la compagna della sua vita, Nieves Ayress, già guerrigliera in Bolivia e poi membra del Gap (Grupo amigos personales) la guardia del corpo del presidente di Allende. Anche lei catturata dopo il golpe e torturata. Dalla Germania dell’Est Nieves e Victor, sempre inquieti politicamente e culturalmente e desiderosi di operare per il bene comune e il riscatto dei poveri e delle classi lavoratrici andarono a Cuba, poi in Messico, infine negli Stati Uniti dal 1984, dopo alcuni anni si stabilivano a New York.

Io li conobbi nel Bronx. Gestivano, all’epoca, uno spazio sociale e culturale di grande importanza, la Peña del Bronx. Organizzavano attività per comunità come le grandi feste dei garifuni (honduregni neri della costa atlantica), incontri per recuperare i giovani messicani persi nelle risse continue fra le pandillas, serate culturali per i poliziotti gay e lesbiche, distribuzione di alimenti ai poveri e molto altro. In prima fila sempre nelle lotte per i diritti dei migranti senza documenti. Sempre nel mirino del Nypd (New York Police Department) che vedeva in tali iniziative un pericolo per l’American way of life, basata, in quei quartieri poveri e disagiati, sulla sopraffazione e il dominio delle mafie. Mi avevano raccontato di come, un po’ di tempo di prima, la gente del South Bronx si fosse riappropriata delle strade che erano diventate dominio degli spacciatori e della delinquenza. E ancora, occupazioni di case e di spazi sociali per contrastare il capitalismo nel suo cuore di tenebra.

Il protagonismo popolare nel cuore stesso della metropoli non poteva certo  far piacere ai detentori del potere. Victor, dopo oltre venti anni di esistenza da clandestino, per le  autorità, non certo per la popolazione, di cui è sempre stato un leader riconosciuto, amato e rispettato, veniva fermato su di un treno, identificato come immigrato clandestino e ne veniva richiesta l’espulsione nel Paese nativo. Paese nel frattempo tornato alla democrazia, ma che lo aveva dichiarato a suo tempo morto e dove non aveva più ne affetti né interessi da coltivare. Conseguentemente presentava richiesta di asilo politico, basata sulle innegabili persecuzioni subite. Tale richiesta veniva sostenuta dai giuristi democratici con un comunicato emesso oltre sei anni fa. Il processo dura ancora, trascinandosi di udienza in udienza. Per il momento la Procura ha rinunciato all’espulsione ma non vuole concedere l’asilo politico.

Victor è un esempio per i richiedenti asilo di tutto il mondo, che fuggono la persecuzione e riescono a creare nuove esistenze arricchendo a volte, con la loro presenza e la loro storia, i Paesi di destinazione e contribuendo dal basso a una migliore comprensione e cooperazione fra i popoli. Una sorta di nemesi storica. Kissinger e Nixon avevano cospirato, oltre quarant’anni fa, per insediare il regime genocida di Pinochet. Oggi Victor vive, come militante politico irriducibile, proprio nel quartier generale di quelli che furono gli ispiratori e capoccia dei suoi aguzzini. Alle torture, sparizioni ed esecuzioni sommarie, che hanno stroncato, in Cile, migliaia e migliaia di esistenze, ha saputo contrapporre un progetto politico solidale e pacifico ma di straordinaria testardaggine, che ha generato frutti e risultati importanti. Come argomenta un lungo e documentato articolo pubblicato tre anni fa dal New York Times, il suo posto è ora a New York. La mobilitazione del popolo del Bronx e di tutti i democratici statunitensi e del mondo intero dovrà essere in grado di garantirgli tale posto. Anche perché Victor è il simbolo, nel Paese dove la gente viene classificata come looser e no, di come una vita da combattente coerente possa essere una vita vincente. Non per sé, ma per la collettività. Concetto che, nonostante al momento sia eclissato dai tristi tempi che viviamo, sembra l’unico in grado di dare un futuro all’umanità bistrattata e in pericolo.