Pubblichiamo un’anticipazione di American Dream di Marco Cobianchi, editore Chiarelettere, in libreria da oggi

Cosmopolita e poliglotta, lavoro-dipendente e meticoloso, spaventosamente ambizioso e ancora di più tenace. La vita privata viene sempre “dopo” e pretende che sia lo stesso anche per i suoi manager, costretti non solo a trascorrere un weekend al mese chiusi in riunione con lui, ma anche a vedersi le partite dell’Italia ai Mondiali del 2006 e 2010 a casa sua, in Svizzera.

L’iperattivismo di Sergio Marchionne lo si nota soprattutto dalla frequenza con cui presenta i suoi piani industriali. Alla Fiat, infatti, non si sono mai prodotte tante slide come con lui. Tra il 2004 e il 2013 la società presenta ben otto piani. L’inchiostro non fa in tempo ad asciugarsi che subito ne arriva uno nuovo. Tuttavia, ogni volta che ne presenta uno, nessuno si accorge che le promesse che contiene sono scritte sulla sabbia poiché pochi mesi prima ne aveva già presentato un altro e pochi mesi dopo ne avrebbe illustrato un terzo. Tutti diversi.

Nel primo piano industriale, quello dell’agosto 2004, dal titolo The New Fiat Group: A Commitment to Execution, Marchionne promette il lancio di dieci modelli in tre anni. Passa un anno e ne garantisce 17 nei successivi quattro anni, più 13 restyling insaporiti da 9,55 miliardi di investimenti per l’auto. Alla presentazione del terzo piano (novembre 2006), vengono invitati, per la prima volta, anche operai e impiegati. I miliardi da investire salgono a 16 e i modelli scendono a 15. Inoltre, per il marchio Alfa, promette cinque nuovi modelli: ne arriveranno due e “mezzo” perché dell’8C Competizione verranno prodotti appena 500 esemplari. Il quarto piano, quello del 2009, riguarda soprattutto le attività americane della Chrysler e, sempre nell’anno, sotto Natale, Marchionne presenta lo spettacolare “Piano per l’Italia”: 30 nuovi modelli in 24 mesi e 8 miliardi di euro di investimenti nell’Auto . Ma è ancora niente: quattro mesi dopo illustra “il più straordinario piano industriale che il nostro paese abbia mai avuto”, l’indimenticabile “Fabbrica Italia”, che provocherà la spaccatura tra i sindacati, il referendum di Pomigliano e l’uscita della Fiom dalle fabbriche Fiat. Quel piano prevede 20 miliardi di investimenti per triplicare la produzione italiana di auto e arrivare a vendere, insieme a Chrysler, ben 6 milioni di vetture nel mondo con addirittura 47 novità da lanciare sul mercato. Dopo appena 14 mesi, “Fabbrica Italia” viene ritirato e Marchionne ripiega su un ben più modesto piano industriale (il settimo) che prevede il lancio di due Suv, peraltro mai visti. Con l’ottavo piano (30 ottobre 2012), si abbassano i target di vendita: da 6 milioni di auto si scende a 4,6, massimo 4,8, e i modelli da lanciare calano a 30. Sui miliardi di investimenti Marchionne preferisce soprassedere.

A forza di programmare lo sviluppo della Fiat, Marchionne ne ha realizzato il declino. Ha mantenuto circa il 50 per cento delle promesse fatte nei suoi otto piani industriali e delle 64 nuove auto che voleva lanciare ne ha realizzate 33. Voleva produrre 6 milioni di vetture nel mondo, ma nel 2012 ne ha costruite, calcolando anche Chrysler e i camion Iveco, solo 4,4 milioni.

Nel frattempo, nell’arco del 2013, in Europa sono state immatricolate 11.850.905 auto, di cui 724.283 vetture del gruppo Fiat, pari a una quota di mercato del 6,1 per cento. Ma questa percentuale comprende anche i veicoli venduti dalla Fiat in Italia, pari a 374.217 unità. Se si esclude il mercato interno, la quota Fiat nel resto d’Europa è di appena il 3,3 per cento. Per soddisfare la domanda del vecchio continente sarebbe sufficiente la fabbrica polacca di Tychy, che da sola produce quasi 800.000 auto l’anno.

di Marco Cobianchi

da Il Fatto Quotidiano del 7 maggio 2014