Giovanni Fiandaca si schiera con la delibera del Csm che rischia di fatto di bloccare le nuove indagini sulla Trattativa Stato–mafia. “I pm antimafia fanno un lavoro difficile, sono minacciati, sono soggetti a stress psicologico e umano: il fatto che a un certo punto arrivi un ricambio mi pare che sia un’esigenza che dobbiamo assecondare” ha spiegato il giurista, candidato alle europee con il Partito Democratico, in un’intervista concessa a Radio Radicale.

Palazzo dei Marescialli aveva diffuso la circolare il 5 marzo scorso, chiedendo alle procure che i nuovi fascicoli, collegati comunque ad indagini in corso, non fossero assegnati a pm ormai fuori dalla direzione distrettuale antimafia. È il caso dei più recenti filoni d’inchiesta sul patto Stato-mafia, che non potranno essere assegnati ai pm Nino Di Matteo, fuori dalla dda dal 2010, e Roberto Tartaglia, mai entrato in antimafia e fino ad oggi soltanto applicato all’indagine madre. “Le specializzazioni non vanno perdute ma proprio perché è un lavoro molto usurante c’è un’esigenza di ricambio e di circolazione” ha spiegato Fiandaca, autore insieme allo storico Salvatore Lupo di un saggio molto critico nei confronti dell’indagine dei pm palermitani (“La Mafia non ha vinto”, Laterza).

Proprio Fiandaca è stato bersaglio dell’intervento del senatore Mario Giarrusso, che durante il comizio di Beppe Grillo a Palermo lo aveva attaccato accusandolo di sputare sulle tombe di Falcone e Borsellino a causa del saggio in cui si legittimerebbe l’esistenza della trattativa Stato-mafia. “Questa accusa che mi si fa di giustificare la trattativa è frutto o di ignoranza o di malafede: questo offende l’intelligenza, ammesso che ne abbia, del senatore Giarrusso, che io non considero un mio interlocutore intellettuale” ha replicato il giurista, docente di Diritto Penale all’Università di Palermo.

Ai microfoni di Radio Radicale, Fiandaca ha anche ipotizzato una modifica dell’articolo 416 bis, l’associazione criminale di stampo mafioso, in relazione al nuovo fenomeno delle cosche trapiantate nel nord Italia. “Per queste organizzazioni- ha spiegato – si può fare riferimento all’associazione per delinquere semplice, si può pensare di ritoccare l’associazione mafiosa in modo da eliminare i requisiti ad ambientazione sociologica: ad esempio alle filiazioni della ‘ndrangheta che sorgono ex novo, come in Lombardia e in Piemonte, pur essendo collegate all’associazione madre ‘ndranghetistica al momento della nascita, non hanno ancora sviluppato quella forza di intimidazione con gli effetti sociologici dell’assoggettamento e dell’alone di intimidazione diffusa del territorio”.

Come dire che siccome le cosche criminali trapiantate nel nord Italia sono lontane da Calabria e Sicilia, hanno un potere intimidatorio minore. “Però dal punto di vista tecnico – ha concesso il giurista – tutto questo è molto complesso. Perché oggi toccare il 416 bis potrebbe sollevare problemi enormi, perché ormai è un simbolo della lotta alla mafia, e perché qualcuno potrebbe dire che si vuole attaccare la lotta alla mafia. Ovviamente, le intenzioni non sarebbero queste. Ad ogni modo bisogna concepire un nuovo modello di associazione mafiosa”. All’inizio dell’intervista il professore aveva chiarito l’obiettivo della sua candidatura, chiesta e ottenuta dal renziano Davide Faraone e dal cuperliano Fausto Raciti: “Mi candido per far recuperare il garantismo alla cultura del Pd, senza più lasciarlo al centro destra”.

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