La storia insegna. Come andò a finire a chi versò soldi per una pensione integrativa già negli anni Sessanta? Il termine non era ancora diffuso, ma le assicurazioni che si occupavano di questi investimenti già c’erano. Ci cascarono soprattutto commercianti e artigiani. Fu una batosta tremenda, con perdite reali anche del 60-70%. In potere d’acquisto due terzi dei soldi affidati alle compagnie d’assicurazione andarono in fumo, malgrado il rispetto delle clausole contrattuali. Il pericolo era ed è insito proprio nella struttura dei prodotti previdenziali, di allora come di adesso.

Per i risparmi come per la previdenza integrativa, le peggiori batoste subite dagli italiani non sono infatti dipese da fallimenti o default. Ma da periodi di alta e altissima inflazione. Una condizione che si è verificata tre volte nel secolo scorso: a cavallo della Prima guerra mondiale (potere d’acquisto della moneta: -70% negli anni 1915-20), della Seconda (-98% negli anni 1938-48) e a seguito delle due crisi petrolifere (-84% negli anni 1973-85).

Ragionando sui circa 40 anni di una vita lavorativa, dall’inizio del Ventesimo Secolo sino a oggi si riscontra sempre un periodo di inflazione devastante, per l’economia ma soprattutto per i risparmi, anche previdenziali.

Ora l’inflazione non fa paura. Anzi, preoccupa un’eventuale lunga deflazione, ovvero discesa dei prezzi al consumo. Non direttamente per i risparmi, bensì per l’economia nel suo complesso. Di per sé la deflazione, fenomeno che l’Italia sperimentò soprattutto negli anni Trenta, conduce a rendimenti reali superiori a quelli nominali. Cresce persino il potere d’acquisto dei soldi tenuti in contanti.

Però a lungo termine il rischio inflazione rimane, anche se alla lira è subentrato l’euro. Nei decenni molte cose possono cambiare pure nella cosiddetta Euro-torre, la sede della Banca Centrale Europea (Bce), ora per altro propensa a un aumento dell’inflazione.

Ma la prova provata che tutti i prodotti previdenziali sono rischiosi in termini reali arriva proprio dalle stesse assicurazioni, banche e fondi pensione ecc. Perché, infatti, non garantiscono mai a medio-lungo termine il potere d’acquisto dei soldi affidatigli? La risposta è semplice e preoccupante: perché sanno benissimo che il rischio è alto. Per questo non lo coprono.

Fra gli investimenti previdenziali solo il Tfr copre in maniera egregia, anche se non assoluta, tale rischio.

Autodifesa. Le otto mensogne più frequenti
Le menzogne sulla previdenza integrativa sono molte. Dalla necessità di integrare la pensione integrativa alle convenienze in caso di contributi datoriali. Per comodità le abbiamo ridotte a otto. Per ognuna di queste vi spieghiamo qual è l’alternativa.

1. Necessaria. In realtà, si può integrare la pensione anche tenendo il Tfr in azienda. Basta convertirlo in una rendita vitalizia, che magari sarà molto maggiore. Oppure investendo in titoli, buoni postali ecc.

2. Una libera scelta. Molti lavoratori sono stati intrappolati, venendogli tolto il diritto a uscire, previsto dal loro fondo pensione. E una scelta che vincola anche per 40 anni non è un modello di libertà.

3. Sicura. A lungo termine contano solo le garanzie in termini reali, cioè di potere d’acquisto, non previste per fondi pensione, p.i.p. ecc. Le offrono invece il Tfr, i titoli di Stato e i buoni fruttiferi reali.

4. Sempre vincente. I fondi pensioni conducono a perdite anche dell’80%, se crollano i mercati finanziari. Lo dimostrano i dati storici.

5. Trasparente. Fondi pensione e simili sono ancora più opachi dei fondi comuni d’investimento. Uno non può mai sapere che titoli sono stati comprati o venduti coi suoi soldi, quando e a che prezzi.

6. Fiscalmente vantaggiosa. Per un investimento pluriennale conta il vantaggio fiscale su base annua, che per un giovane è intorno allo 0,50%. Quindi totalmente divorato dai costi espliciti e occulti della previdenza integrativa.

7. Adatta ai giovani. I vantaggi fiscali sono tanto più alti, quanto più uno è vicino alla pensione. E il vincolo temporale è meno gravoso: anche soli 5 anni, mentre un ventenne è intrappolato per 40-50 anni.

8. Sempre conveniente. Il contributo del datore di lavoro non è sufficiente a compensare una serie di rendimenti negativi. Ed è garantito per pochissimi anni, solo fino al successivo rinnovo contrattuale.

Inganni. Il Tfr in azienda conviene sempre
Facciamo un confronto tra un investimento in ipotetici fondi pensione ben gestiti e con commissioni bassissime e il mantenimento del Tfr in azienda. Nell’ultimo caso, 100 lire lsciate in Tfr nel 1962 sarebbero diventate 607 nel 1982 in termini nominali. In termini reali, al netto dell’inflazione, si sarebbero invece ridotti a 82,1 con un perdita del potere di acquisto del 18%. Se fossero state investite per lo stesso arco di tempo in un fondo pensione specializzato in azioni italiane sarebbero diventate 140,6; in un fondo dedicato ai titoli di Stato, 198,6; in un fondo bilanciato tra azioni (50%) e titoli di Stato (50%) il risultato sarebbe stato 169,7 lire. In termini reali si avrebbero invece avute 19 lire (in azioni), 26,9 (titoli Stato) e 22,9 (bilanciato). La tabella smentisce la tesi che i fondi pensione risultano sempre vincenti sul Tfr. A fronte del disastri provocato dal fondo pensione, il Tfr avrebbe preservato i 4/5 della somma accantonata, sempre al netto dell’inflazione. Le fonti dei dati sono Mediobanca, Banca d’Italia e Istat 

Da Il Fatto Quotidiano di mercoledì 30 aprile 2014