Un recente rapporto del Bundesrechnungshof (la Corte dei conti tedesca) sull’aumento dei costi di gestione del caccia Eurofighter Typhoon, ha riproposto il tema del confronto tra il Typhoon stesso e l’inevitabile F-35. Un confronto che come tutto quello che tocca, almeno qui da noi, l’F-35 è giocato più sul filo della disinformacjia che dei fatti.

Ma andiamo con ordine. Nel documento Kostentransparenz beim Eurofighter herstellen, pubblicato alla fine di aprile, l’organo di controllo tedesco afferma che i costi del programma Eurofighter sono in qualche modo fuori controllo e che alla fine la Germania spenderà 60 miliardi di euro per l’aereo, contro i 30 inizialmente previsti. La notizia non mi sorprende. Anche per l’Eurofighter si è a lungo giocato al gatto e al topo nell’inseguimento dei costi. Previsioni sempre ottimistiche secondo l’industria e gli Stati maggiori. Dubbi fortissimi nell’opinione pubblica. Un déjà-vu in anticipo della storia F-35. Conclusioni più o meno simili a quelle dei controllori tedeschi le aveva raggiunte il documento Management of the Typhoon Project del National Audit Office britannico del marzo 2011 che aveva denunciato l’impennata dei costi del programma, soprattutto per quanto riguarda le spese di gestione e mantenimento.

Su un altro punto i due organismi di controllo si trovano d’accordo: con i soldi inizialmente stanziati si sono potuti comprare molti meno aerei del previsto. I britannici circa 160 Typhoon contro i 232 iniziali, i tedeschi 140 invece che 180 a dei prezzi unitari sostanzialmente comparabili: 87 milioni di euro gli inglesi, 84 i teutonici.

Numeri che fanno impressione soprattutto perché si sono formati in modo opaco, senza che l’opinione pubblica ne fosse veramente informata. Soprattutto in Italia. Ricordo come ad un certo punto dalle previsioni di costo del programma italiano, ancora in fase di sviluppo, sparì il Defensive Aids Sub System (DASS), il sottosistema elettronico di difesa, una componente essenziale dell’aereo. Un po’ come quando si fanno i prezzi dell’F-35 senza i motori. Insomma, Nihil sub sole novum.

Comunque, se prendessimo i costi anglo-tedeschi, circa 85 milioni ad aereo, e li applicassimo al caso tricolore, i 96 velivoli che l’Italia ha deciso di comperare dovrebbero costare in totale circa 8,16 miliardi di euro. Come mai, allora, sui documenti della Difesa italiana per il programma Eurofighter  è indicata la bazzecola di 21 miliardi di euro? Ohibò, capitan Cocoricò, qualcosa puzza di bruciato.
Sulla base dei numeri ufficiali, da mesi gli amanti dei confronti tarocchi (compresi molti nostri governanti e generali) continuano a sostenere l’altrimenti insostenibile bugia che il Typhoon fa meno e costa di più dell’F-35. Stando ai dati del Ministero un caccia italiano verrebbe infatti a costare quasi 218 milioni di euro, quasi un quarto di miliardo l’uno. Imbarazzante. Delle due l’una: o mentono gli italiani che parlano di oltre 200 milioni a esemplare, oppure mentono all’unisono tedeschi e inglesi che parlano di “soli” 84 milioni. A chi credere?

È probabile che per promuovere l’industria italiana del lusso (che italiana non è praticamente più dopo gli ultimi acquisti di Arnauld da Bulgari, dell’emiro del Qatar da Valentino e via disperdendo), i Typhoon italiani siano stati personalizzati da Armani, o che so Missoni. O che il catering agli equipaggi lo fornisca Oscar Farinetti. Ma per passare da 84/87 milioni a 218, sai quanto devi mangiare?

Il che non toglie che i costi siano oggettivamente giganteschi, ma allora perché non ci lanciamo nell’esercizio di chiederci quanto costeranno gli F-35 per il loro intero ciclo di vita? Il conto lo abbiamo già fatto in passato sulla base di dati americani: arriveremmo alla straordinaria cifra di 52 miliardi di euro circa, che sarebbero 577 milioni per ciascuno dei 90 F-35 che dovremmo comprare.

Alla strisciante disinfomacjia che mette a confronto sardelle con spigole, si aggiunge poi l’altra balla che il Typhoon può fare solo l’intercettore. Tant’è che anche 96 sarebbero troppi per i nostri bisogni e allora sarebbe bene vendere i primi 21 così da far spazio a tanti altri begli F-35. Questo almeno è quello che la nostra gloriosa Aeronautica militare sta cercando di far passare con l’assidua assistenza di numerosi compiacenti commentatori.

Che il Typhoon sia in grado già oggi, ma ancor più nei prossimi anni, di svolgere l’intera gamma delle operazioni aria-suolo (i bombardamenti, tanto per capirci) lo dimostra l’impiego massiccio che ne ha fatto la RAF, l’aeronautica britannica, in Libia, e l’intenzione della stessa RAF di non ordinare per ora F-35 (è stata annunciato un possibile acquisto di 48 velivoli della versione F-35B a decollo corto e atterraggio verticale), tanto che sta già convertendo alcuni reparti dotati del cacciabombardiere Tornado sul nuovo Typhoon. Il primo sarà il Number II (Army Co-operation) Squadron che dal 1° aprile 2015 opererà completamente sui nuovi caccia. Idem per la Germania, che di F-35 proprio non vuol sentir parlare e, dal 2020, avrà la propria flotta aerea completamente ed esclusivamente basata sul Typhoon. In tutto 160, più o meno lo stesso numero di aerei che avrebbe l’Italia sommando Typhoon e F-35, ma che ha un bilancio della Difesa parecchio più piccolo.

Tra l’altro, non è affatto vero che per dare ai Typhoon la capacità di attacco al suolo servano ulteriori finanziamenti. Tutti i contratti di sviluppo sono già stati finanziati, compresi quelli per il completamento della tranche 3 del velivolo. Finanziati anche dall’Italia, tanto che il primo Typhoon tranche 3 di produzione Alenia è uscito il 4 marzo dalla linea di montaggio di Caselle e sarà consegnato la prossima estate all’Aeronautica Militare. E anche le prove di volo che si stanno svolgendo per certificare l’impiego del missile da crociera Storm Shadow (un mostro capace di portare almeno 400 chili di esplosivo a quasi 500 chilometri di distanza) da bordo del Typhoon si sono svolte a Decimomannu, in Sardegna, con aerei italiani del reparto Sperimentale di Volo di Pratica di Mare.

Ma tant’è, l’ostinazione con cui si vuole, fortissimamente vuole il cacciabombardiere americano trascura i fatti e inventa i numeri. Che poi si voglia anche buttare a mare miliardi già spesi per una scelta ideologica (speriamo sia solo questo, e non peggio), vuol dire che siamo alla rapina. A mano armata, letteralmente.