Il monte Fuji? Le geisha? I samurai? La puntualità e pulizia dei treni? Il servizio postale (pubblico e privato) più efficace e veloce del mondo? Il cibo, dai sushi al ramen, passando per la pizza, la pasta e la cucina etnica di tutto il resto del mondo, di gran lunga preparata e presentata come in nessun alto paese? Macchè. I conbini. I conbini?. Proprio così, i con-bini. Lo so che per la maggior parte delle persone che non sono mai andate in Giappone questa parola non significa nulla. Ma secondo un popolare settimanale giapponese, lo Shukan josei, che al fenomeno ha dedicato un divertente e altamente informativo speciale, sono proprio questi mini-supermarket aperti 24 ore su 24 (il termine combini viene dall’inglese “convenience store”, ma quelli giapponesi stanno a quelli americani come Dante sta a Federico Moccia o come l’aeroporto di Dubai alla Malpensa) il simbolo del Giappone moderno ed efficace. Non solo: l’idea è una delle poche condivise da tutti gli abitanti del Giappone. Stranieri compresi. E per quel che conta, anche da chi scrive.

Anche il Dalai Lama, nel corso della ultima visita in Giappone lo scorso aprile, si è fermato a fare "la spesa" in un combini di Kyoto

Secondo la sopracitata rivista – che offre anche una interessante ricostruzione storico-commerciale di come, quando e da chi i convenience store americani, simbolo del “compra & fuggi” di infima qualità sono sbarcati in Giappone mantenendo la “convenienza” degli originali ma aumentandone qualità, scelta dei prodotti e soprattutto servizi aggiuntivi – in Giappone ci sono oltre 50mila conbini. Su scala nazionale, significa uno ogni 2000 abitanti, ma la media si abbassa molto nelle grandi città come Tokyo, Osaka, Nagoya e Yokohama, dove tra conbini e kusuriya (letteralmente, “farmacie”, in realtà vi si trova di tutto tranne le medicine, che in Giappone vengono prescritte e distribuite solo in ospedale e che si distinguono dai conbini solo perché non hanno l’obbligo di restare aperte almeno 18 ore) ce ne sono uno ogni mille.

Una decina le “catene”. Seven Eleven e Lawson (che di recente ha aperto la linea “Natural”, con prodotti rigorosamente biologici o quantomeno presunti tali) sono le più potenti, con circa metà del totale e la linea più completa di servizi aggiuntivi (vedi sotto), seguite da FamilyMart, Sunqust, Ministop ed altre. Il totale dei “visitatori”, su scala nazionale, è di 40 milioni al giorno. Uno ogni tre abitanti, vecchi e bambini compresi, che spendono, in media, 600 yen cadauno (circa 4 euro, al cambio attuale). Mezzo milione di yen, poco più di 30mila euro, è il fatturato medio, anche se è un dato che non ha senso, visto che ci sono conbini semideserti, soprattutto nelle zone rurali, e altri zeppi di clienti a ogni ora del giorno e della notte. Diciamo “visitatori” perché non tutti quelli che entrano in un conbini acquistano qualcosa. Molti vengono solo per usufruire di servizi, dai più semplici, “tradizionali” e diffusi, come andare alla toilette, fare bancomat, pagare bollette, stampare, inviare pacchi, prenotare biglietti per concerti, mostre, e altri eventi a quelli più bizzarri e sofisticati, come trovare casa, lavoro, sottoscrivere polizze e persino prenotarsi un funerale low-cost, pagandolo a rate.

Altri, ed è la cosa che più colpisce lo straniero, entrano e si mettono a leggere, in piedi, giornali e riviste, senza alcun limite di tempo né obbligo di acquisto. Il fenomeno si chiama tachi-yomi (leggere in piedi), è diffusissimo e tutto sommato commercialmente conveniente. “Lo so, a voi sembra strano – mi spiega un impiegato del Lawson che ho sotto casa, senza il quale la mia vita in Giappone sarebbe molto più triste e complicata – ma alla fine anche i più incalliti sfruttatori qualcosa comprano comunque. Un po’ perché leggendo, soprattutto a lungo, viene fame e sete, un po’ perché si sentono in obbligo. Magari non comprano la rivista, ma qualcosa da sgranocchiare o da bere sì”. Una volta sono rimasto apposta a osservare la situazione ed è proprio così. Due terzi degli “scrocconi” acquistano qualcosa. Ma cosa?

Di tutto. I conbini non solo vendono tutto quanto possa servire in situazione di “emergenza” (cerotti, penne, batterie, shampoo, agendine, portafogli, cravatte, biancheria intima e quant’altro si possa immaginare: credetemi, c’è davvero tutto) ma anche cibo, bevande, droghe legali (tipo tabacco, alcol e solventi vari, utilizzati da molti giovani giapponesi come droghe). E non si pensi che siano tutti uguali e che la qualità dei prodotti sia scadente. Tutt’altro: la concorrenza è continua e spietata anche all’interno della stessa catena (gli stipendi, sia dei manager che dei commessi, quasi tutti part-time prevedono consistenti bonus legati al fatturato) per cui ogni conbini ha il suo “servizio speciale”, la sua linea esclusiva di prodotti, la sua “promozione” stagionale.

Da ultimo – e qui siamo davvero in un altro pianeta, tant’è che solo gli stranieri lo indicano come elemento decisivo, per giapponesi tutto ciò è scontato – quello che colpisce è l’efficienza globale del servizio e la cortesia dei dipendenti, per la maggior parte giovani studenti part-time. Tutto il cibo, ad esempio, viene accompagnato con il necessario per consumarlo: salviette, bacchette, condimenti vari e perfino uno stuzzicadenti. Dietro le casse, dove nei conbini più frequentati in genere operano due persone, una addetta al pagamento l’altra ad impacchettare/scaldare/spiegare a nel caso aiutare il cliente che abbia una qualche difficoltà, ci sono bollitori per avere sempre l’acqua calda, minifornelli a microonde, e cestini per la raccolta differenziata.

Affascinante, soprattutto se si capisce quello che mentre operano ti dicono i cassieri, il rito del pagamento. “Pare si tratti di 4.330 yen, compresa l’Iva che come sa è di recentemente aumentata dal 5 all’8%…” è la prima cosa che ti dicono di questi tempi, nonostante la cifra appaia sempre sul registro e sottolineando il profondo dissenso dei negozianti per il recentissimo aumento dell’imposta sul valore aggiunto. A questo punto il cliente, che ovviamente si è già fatto i conti e ha il denaro più meno contato pronto (per evitare di far attendere quelli che sono dietro, in fila: ci avete mai pensato?) mette i soldi (o la carta di credito, oramai la prendono dappertutto, anche per acquistare un pacchetto di biscotti, senza battere ciglia) su un piattino (passarlo di mano è considerato maleducato). Ovviamente questo particolare lo straniero non lo sa e di fronte ad un conto di 4.330 presumibilmente presenta una banconota da 5.000 yen. Niente paura: nessuno vi insulterà. “Mi accingo a usare questi soldi, che mi sembrano ammontare a 5.000 yen – risponde l’operatore di cassa – abbia la cortesia di pazientare un attimo per il resto e la ricevuta”. Prima ancora di finire la frase – vi assicuro che dicono proprio così – arrivano il resto e la ricevuta. Per la consegna dei quali ci sono regole ferree e universali: prima lo scontrino, poi le (eventuali) banconote, infine le monete, cominciando dalle più pesanti (500 yen) alle più piccole e leggere (1 yen). Fanno tutti così, dai tassisti alle banche, dai ristoranti ai negozi. Proprio come da noi, in Italia.

Quando servite un giapponese, gli fate il conto e gli date il resto, provate a pensare, con un minimo di solidarietà, all’enorme shock che sta subendo e magari fategli lo sconto, anziché, come ahimè pare accada spesso, fregarlo. E ricordate: il Giappone è uno dei pochi paesi dove siamo ancora amati e rispettati per quello che abbiamo fatto e sappiamo fare, più che da chi siamo rappresentati. Un paese dove Leonardo, Armani, la Ferrari e Totti sono di gran lunga più popolari e conosciuti di Berlusconi e succedanei. Dovremmo riuscire a reciprocare, prima o poi, questa sincera passione.

L’arroganza, l’antipatia e a volte l’obiettiva pericolosità “globale” di certi loro politici – a cominciare dall’attuale premier Shinzo Abe, in questi giorni in giro per l’Europa che “conta” (quindi Italia esclusa…) per promuovere l’immagine del suo paese, oramai offuscata dalla Cina, pretendendo solidarietà su questioni territoriali antiche e complicate e difendendo e riproponendo l’oramai obsoleta, antieconomica e soprattutto pericolosa tecnologia nucleare – non deve minimamente ricadere sull’immagine del Giappone e del suo popolo. Con il quale condividiamo tante cose: l’amore per l’arte, per la cultura, per il cibo genuino. E l’immensa sopportazione per una classe politica in gran parte corrotta, ignorante e, soprattutto, arrogante.