Caparezza è senza dubbio uno degli artisti più fortunati e meritatamente apprezzati della scena musicale italiana, uno dei pochi casi – a mio modo di vedere – in cui quantità (vendite) e qualità sono due fattori l’uno specchio dell’altro. Mi sono approcciato a questo nuovo Museica incuriosito dal singolo Cover, che seppure non ruba l’orecchio mi era sembrato un’ottima scusa per continuare la frequentazione, certo che il buon Michele Salvemini non avrebbe tradito le aspettative anche di chi, come me, gode della sua arte ma potrebbe al contempo farne a meno senza troppi scrupoli.

Detto questo, appena inserito nello stereo, Museica si fa riconoscere più per il numero di sbadigli che riesce a generare che per le canzoni che comunque onestamente lo compongono: la proposta di Caparezza, sia chiaro, non è mai banale ad un livello per cui chiederesti lui indietro i soldi dell’acquisto, ma viaggia su un livello di “normalità” che è, se possibile, ugualmente disturbante.

L’impressione che si ha è che Grillo abbia portato via anche lui, lasciandogli le briciole necessarie ad arrivare a fine mese: bene, senza troppe ansie, ma lontano dalla frizzantezza di un tempo. Le tematiche su cui ha costruito la sua fortuna, nonché risollevato una carriera partita (anni fa) malissimo, sono ormai appannaggio di qualcun altro e l’onestà intellettuale che comunque dimostra suona tremendamente di “già sentito”. Caparezza non è persona in malafede, il suo “problema” (se così vogliamo chiamarlo) è che i tempi sono cambiati ad una velocità che questo Museica sembra aver colto solo in minima parte: da simbolo di una certa “resistenza” artistica che lo aveva (senza richiesta) eletto ambasciatore delegato dei malumori di tanti, sembra ora aver anzitutto bisogno di trovare nuovi stimoli. E per quanto brani come Mica Van Gogh, Figli d’Arte, Argenti Vive sembrino dimostrare (in parte riuscendovi) il contrario, la questione di base rimane lì irrisolta: un calo creativo evidente, nel contesto di un disco noioso, inerziale, che arriva alla fine trascinandosi a gattoni da punto all’altro come un militare in missione stealth.

L’unicità di Caparezza, che rimane comunque una tacca sopra il resto della scena “main” italiana, è ancora qui seppure menomata: la sua metamorfosi è completa, dopo anni di approdi “crossover” che ora lo vedono finalmente proporsi, seppure in maniera decisamente fuori dalle righe, nelle vesti di cantautore vero e proprio, ancora marcando le distanze rispetto al “nemico”.

E il dado è tratto: senza l’irriverenza che era lecito aspettarsi, comunque più vivo di Vasco Rossi, assai meno banale di Ligabue, senza scimmiottare alcun illustre collega americano come vorrebbero goffamente apparire molti italiani del “genere”. A conti fatti, rimangono comunque più i pregi che i difetti: questo è Caparezza, a voi decidere se è tanta o poca roba.