Egregio Cavaliere, anzi no, caro Senatore, anzi no, insomma caro Ex Tutto, le assicuro che in questi vent’anni non occorreva “un genio del male” e “il giornalista più intelligente (quale non credo di essere, ndr) che io abbia mai conosciuto (infatti non mi ha mai conosciuto, ndr)” per capire chi è lei.

Però la ringrazio sinceramente per l’apprezzamento, sempreché sia sincero e non un mezzuccio per sputtanarmi. Lo prendo come il primo atto di un percorso di revisione esistenziale che potrebbe arrecare vantaggi a lei e a tutti noi. Comprendo che, dopo decenni trascorsi a nuotare nelle bave di servi e yesmen, lei non ne possa più di falsi amici appiccicosi che le succhiano il sangue e il portafogli nel momento del (loro) bisogno, salvo poi scaricarla nel momento del (suo) bisogno. E che dunque, a 78 anni suonati, mentre persino le sue evebraun Bonaiuti e Bondi abbandonano il bunker, lei preferisca gli avversari sinceri che l’hanno sempre combattuta a viso aperto. Ora però, se mi consente un consiglio non richiesto, la pregherei di rivedere il film fantasy che s’è fatto sulla storia degli ultimi vent’anni con l’aiuto degli sceneggiatori di corte.

L’idea, per esempio, che Montanelli abbia rotto con lei nel gennaio ‘94 perché “Travaglio mi ha fatto litigare con lui dandogli una versione distorta di una mia visita al Giornale”, è una balla colossale: io, il giorno della sua irruzione nella redazione del Giornale che provocò le dimissioni di Montanelli, non c’ero neppure (ero collegato via interfono da Torino), e comunque ero l’ultima ruota del carro. Montanelli, da liberale e uomo libero, prese cappello e cappotto di cammello e se ne andò da via Gaetano Negri perché non poteva tollerare che lei si comportasse da editore del Giornale senza più esserlo da due anni, e pretendesse di dettargli la linea, cioè di trasformare un quotidiano indipendente in un organo di partito. Ecco: se lei riuscirà a cogliere il peccato originale della sua avventura politica, che anticipava tutti i disastri dei vent’anni successivi e che potremmo sintetizzare con l’espressione ormai démodée (anche a sinistra) “conflitto d’interessi”, il più sarà fatto. A quel punto nulla le impedirà di rendersi finalmente utile al Paese per la prima volta in vita sua (anzi, la seconda: la prima fu quando fece saltare la Bicamerale, e ora si spera nel bis sull’Italicum e il Senato delle Autonomie). Come? Confessando tutto ciò che ancora non sappiamo di lei, anche se lo intuiamo da un pezzo. Gabellato come un Grande Venditore, lei è sempre stato un Grande Compratore. Di politici, magistrati, militari, funzionari, giornalisti, intellettuali. Della Iª e della IIª Repubblica. Se ora si decidesse a pubblicare il suo libro paga, con nomi e cifre, potremmo ricostruire la storia degli ultimi 40 anni, dando una spiegazione logica a fatti altrimenti inspiegabili e bonificando la politica da corrotti e corruttori, ricattati e ricattatori.

È questo il suo vero servizio sociale, da prestare non nell’ospizio di Cesano Boscone, ma a Montecitorio, a Palazzo Madama, al Quirinale, in tv e giornali. I giudici hanno scoperto solo le briciole: i movimenti di denaro sui suoi conti ufficiali e ufficiosi, i fiumi di fondi neri nelle decine di offshore devono nascondere ben altro e altri che Craxi, Squillante, Metta, Previti, Dell’Utri e un pugno di marescialli. Per consentirle di spadroneggiare sui Parlamenti e sui governi prima e dopo la discesa in campo, tra decreti salva-tv, leggi Mammì, trattative Stato-mafia, bicamerali, indulti, larghe intese, rielezioni presidenziali e inciuci vari fino al patto del Nazareno, insomma per controllare la destra e pure la sinistra, e la lista dei beneficati e dei bonificati dev’essere ben più nutrita di quella nota. E anche attuale, visto che l’Italia appalta il ricambio delle classi dirigenti alle pompe funebri. Teme che le vicende più recenti le procurino nuovi processi? Noi ci accontentiamo dei fatti ormai prescritti. Confessi, caro Ex. Collabori. Cos’ha ormai da perdere? La sua terza o quarta giovinezza ha un senso soltanto in veste di pentito. Quando è pronto, noi siamo qui.

il Fatto Quotidiano, 26 Aprile 2014