Una piccola riflessione sulla Giornata della Terra parte dalle parole ‘terra e suolo’ e il significato che attribuiamo ad esse. Può apparire un semplice gioco intellettuale, ma l’utilizzo di una parola al posto di un’altra non è ininfluente rispetto all’immagine che si crea, dipende dal modo in cui si percepisce quel certo aspetto della vita o della realtà, diventa spia di un immaginario inconscio capace di determinare il reale. Questo ragionamento, in generale applicabile ad ogni parola, diventa particolarmente importante quando si riflette sul consumo del territorio. 

Vorrei che si passasse dal concetto di consumo del suolo all’idea di consumo della terra. La terra è vita in se stessa e portatrice di vita per piante, animali e uomini. La terra è anche storia, tradizione, identità per le comunità che si riconoscono in un determinato territorio. Il suolo invece è superficie calpestabile, il suolo è terra violentata dal cemento, da infrastrutture faraoniche o dall’agricoltura e dall’allevamento intensivi. Il suolo è una costruzione artificiale, che de-valorizza la terra e la rende sterile, un piano neutro su cui costruire ciò che più aggrada, una mera merce di scambio. Il suolo si abbina alla parola sfruttamento, produce diritti su chi lo possiede, non genera vita, anima… 

Non è dunque una semplice questione terminologica, una semplice definizione da dizionario bensì una proposta per cambiare il nostro orizzonte concettuale. Facciamoci caso, la terra è l’unico bene comune assoluto che cambia nome a seconda dell’utilizzo, mentre l’aria o l’acqua rimangono aria e acqua sia che scorrano libere nella natura, sia che siano utilizzate nelle attività umane. Provoca un fastidio quasi istintivo lo spreco e l’inquinamento dell’acqua o vedere ciminiere che eruttano fumi grigiastri ventiquattro ore al giorno ammorbando l’aria che respiriamo. Percepiamo subito il rischio e il dramma che si procura “sporcando”, sprezzanti,  questi beni assoluti, non così usando, sfruttando o impermeabilizzando il “suolo”, perché è cosa diversa dalla “terra”, pur essendo nei fatti sovrapponibile. Pure si sta utilizzando un bene prezioso, finito per natura e vitale, un ecosistema naturale che andrebbe trattato con maggiore attenzione iniziando dal corretto uso del termine che lo individua. I termini, infatti, non sono solo strumenti di comunicazione, ma soprattutto gli strumenti che usiamo per pensare, abbiamo dunque  bisogno di recuperare il temine “terra” perché esso stesso risulti strumento di difesa dal consumo eccessivo. 

Sono più che consapevole che la nostra società, come ha bisogno di consumare acqua e aria, ha bisogno di consumare, ragionevolmente e in modo sostenibile, anche la terra. Non possiamo vivere oggi privi di infrastrutture, come aeroporti, strade, ferrovie, né di città quali agglomerati urbani, possiamo limitare le escavazioni sistemiche di interi territori ma di ghiaia o argilla abbiamo bisogno per costruire, ecco che è molto rilevante riconoscere che ciò che occupiamo è una parte rilevante di un ecosistema chiamato terra, per ridurre le nostre necessità e richieste. Il primo mezzo metro di terra ricco di humus sotto la superficie vale un ciclo di decine di migliaia di anni di lavorio ininterrotto per renderlo fertile e noi lo scaviamo, lo copriamo, lo brutalizziamo senza pietà. Senza rendercene conto. Non ha senso parlare di “consumo del suolo”, il suolo è terra arida, consumata, perduta perché non più naturale, spesso irrimediabilmente. E’ necessario passare all’idea di consumo di terra, da portare avanti coerentemente alle mille riflessioni sulle conseguenze del nostro agire quando adoperiamo la terra per i nostri scopi, che non possono prescindere dal mantenere comunque un equilibrio vitale per la sopravvivenza della vita nel pianeta Terra.