La ripresa dell’economia italiana prosegue ma a ritmo lento, al punto che le imprese non torneranno ad aumentare il numero degli occupati prima di fine d’anno. E se da una parte la “ripresina” si allarga dal manifatturiero ai servizi, e dagli investimenti ai consumi, dall’altra c’è l’inflazione esangue (0,3%) che è “essenziale contrastare”, e l’euro forte che frena l’export. E’ lo spaccato della congiuntura italiana che emerge dal bollettino economico trimestrale della Banca d’Italia, che prende atto della “lenta ripresa del Pil” in atto nel primo trimestre di quest’anno, evidenziata dall’andamento della produzione industriale e dalle inchieste fra le imprese. Proprio venerdì 18 l’Istat ha certificato ordini e fatturato nell’industria in calo mensile rispettivamente del 3,1% e dell’1,5% (+2,8% e +1,2% su anno). “L’impulso positivo derivante dal recupero dell’attività industriale avrebbe iniziato gradualmente a estendersi ai servizi”, nota Via Nazionale nella sua pubblicazione trimestrale.

Vi sono “segnali di stabilizzazione” degli acquisti delle famiglie, anche se i consumi restano quasi l’8% al di sotto dei livelli pre-crisi del 2007. L’accelerazione data ai rimborsi dei debiti del settore pubblico verso le imprese ha aiutato la ripresa. Inoltre il la stretta sul credito per le imprese si sta attenuando, mentre per la prima volta dal 2011, nel quarto trimestre 2013, le sofferenze bancarie su nuovi prestiti, pur aumentando, decelerano (da +4,8% a +4,5%).

Tuttavia vi sono fattori che frenano la ripresa, a partire dalle condizioni del mercato del lavoro che rimangono “difficili”, specie per i giovani per i quali la disoccupazione è raddoppiata dal 2007, superando il 42% a febbraio (24% nell’Eurozona). “Per la prima metà del 2014 le prospettive delle imprese segnalano un ulteriore calo dell’occupazione”, avvertono gli economisti di Bankitalia. “Il numero di occupati tornerebbe a crescere solo gradualmente, non prima della fine dell’anno”.

E poi c’è il rischio-deflazione, che Bankitalia non cita mai esplicitamente ma che traspare dalla valutazione del quadro europeo: “Resta essenziale contrastare l’eccesso di disinflazione”, scrive Via Nazionale, stimando che nei prossimi due anni l’inflazione in Italia resterà contenuta, per salire poco sopra l’1% solo a fine 2015. I rischi sono anche globali, a partire dal debito privato in Cina, una possibile escalation in Ucraina, la volatilità dei flussi d’investimento usciti dai mercati emergenti per riversarsi sull’Eurozona e anche sui Btp italiani. E poi c’è il peso dell’euro forte, che Bankitalia, con parole insolitamente nette, evidenzia come freno alla crescita. La competitività degli esportatori italiani è scesa di circa quattro punti percentuali da metà 2012, in un trend negativo comune ai principali partner dell’Eurozona che “ha riflesso esclusivamente l’apprezzamento del cambio”. Una posizione che ricalca quella della Bce, che potrebbe intervenire con nuove misure non convenzionali di fronte al rischio-deflazione e alla divisa unica sulla soglia degli 1,40 dollari.