Ambasciatori del made in Italy, o espressione di chi ha scelto (o dovuto scegliere) l’emigrazione, o ancora zavorra da eliminare? Si sprecano, in tempi di spending review, gli epiteti per gli italiani all’estero con un’escalation di commenti anche spiacevoli e analisi su vari blog dedicati appositamente a quegli italiani che risiedono ormai da anni lontano dal nostro Paese e che grazie alla legge Tremaglia dal 2006 possono esprimere il proprio voto. Il rischio che si corre, in verità, è di buttare il bambino con l’acqua sporca, dimenticando che tutto è perfettibile, a patto che si imbocchi la strada più corretta e senza populismi di pancia che non risolvono i problemi ma ne enfatizzano le criticità.

Migliorare la legge che attribuisce agli italiani all’estero il potere di votare i propri rappresentanti in Parlamento dovrebbe presupporre un giudizio di merito e non ideologico. Fin dalla sua costituzione nel 1968, il Comitato Tricolore per gli Italiani nel Mondo (CTIM) si è sempre distinto per il suo impegno a favore degli Italiani che vivono fuori dai confini della madrepatria. L’esercizio del voto è il frutto di battaglia condotta in Parlamento da Mirko Tremaglia, al pari del censimento degli Italiani nel mondo e l’istituzione dell’Anagrafe degli Italiani all’Estero (AIRE). Il nodo potrebbe essere risolto non con l’eliminazione di quel diritto, così come l’ex ministro degli esteri Emma Bonino aveva lasciato intendere qualche settimana prima di essere sostituita alla Farnesina da Federica Mogherini, ma ad esempio con l’introduzione di un consenso esplicito ad esercitare quel diritto al fine di evitare gli spiacevoli disguidi legati alla ricezione dei plichi contenenti le schede elettorali, che in molteplici occasioni passate o non sono mai giunti agli elettori o addirittura due volte.

Un secondo intervento dovrebbe riguardare la questione delle sedi. Sin dall’insediamento di “mister spending review” Carlo Cottarelli, si è paventato (e in qualche caso si è già purtroppo verificato come a Salonicco in Grecia) la chiusura degli Istituti di Cultura all’estero, di alcune sedi diplomatiche: due presidi significativi dell’italianità nel mondo che certamente meritano attenzione al fine di evitare sprechi e disservizi, ma che non possono essere cassati con un semplice tratto di penna. Una soluzione potrebbe essere, in quei territori dove già la scure si è abbattuta, di concentrare in un singolo ufficio il consolato italiano e l’istituto di cultura in modo da ottenere un doppio vantaggio: accorpare sedi e uffici per un risparmio effettivo e non mortificare quei cittadini italiani che chiedono solo di non essere dimenticati in quanto fisicamente distanti dall’Italia.

Per dirne una, l’Istituto Italiano di Cultura di Salonicco è stato chiuso dopo 51 anni lo scorso febbraio. Era un capitolo di storia non solo della città ellenica, ma soprattutto della presenza culturale italiana nel mondo. La tradizione delle scuole italiane a Salonicco risale alla fine del 19esimo secolo, con un enorme contributo che ha consentito di veicolare e intrecciare le culture dei due Paesi, che corrispondono alla cultura del mondo intero. Un patrimonio che oggi viene sacrificato dalla crisi e da anni di mancata programmazione.

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