“Hanno detto che è una misura elettorale. Ma è l’unica misura elettorale che arriva dopo le elezioni”. Per il governo Renzi è il giorno degli ottanta euro. I “mitici” ottanta euro, come li definisce lo stesso premier in conferenza stampa, dopo un consiglio dei ministri durato un’ora più del previsto che ha confermato le ultime indiscrezioni della vigilia e regalato anche qualche sorpresa. Ma non sono soltanto i soldi il tema della giornata: la conferenza stampa cui il premier affida la sua “rivoluzione” della macchina dello Stato è quanto di più elettorale possibile. Renzi lo sa, e per annunciare la sua “rivoluzione” sceglie parole non casuali: “Restituiamo agli italiani stringendo la cinghia della politica”.

Uno in fila all’altro, ecco sbucare tutti i temi anti-casta cari soprattutto all’elettorato del movimento 5 Stelle. Dai soldi spesi per finanziare l’editoria all’ingorgo burocratico degli enti pubblici, e poi lo spreco delle auto blu, gli stipendi dei manager della pubblica amministrazione. Ce n’è anche per tagliare gli F35 (briciole, 150 milioni) e prospettare un taglio agli stipendi dei politici. E poi la ventilata – e odiata – voce Rai, che contribuirà con 150 milioni di euro alla copertura del dl fisco. “Possono vendere Rai Way, sono autorizzati – dice Renzi spavaldo – ma la loro partecipazione a questo provvedimento non è volontaria”. Complessivamente, l’operazione del governo costa 6,9 miliardi nel 2014, 14 miliardi nel 2015. 

“Ora X, Italia coraggiosa e semplice”. Parte da qui e come sempre da una battuta – “sono 4 giorni che non esco da Palazzo Chigi” – la conferenza stampa del presidente del Consiglio. Presentando l’atteso decreto, il premier annuncia provvedimenti strutturali sia per i cittadini che nella riduzione di spesa, con un taglio dell’Irap del 10%. Il tutto tra “gufi smentiti dai fatti” e battute su Fiorentina-Roma.  Nei fatti il bonus – perché di bonus si tratta, almeno nel 2014, per poi diventare provvedimento inserito nella legge di Stabilità dal 2015 – riguarderà i cittadini con un reddito tra gli otto e i 26mila euro, – dieci milioni di persone in tutto, una bella fetta dell’elettorato italiano – con “un piccolo decalage” tra i 24mila e i 26mila euro. Salta, invece, il bonus agli incapienti che il presidente del Consiglio rimanda a un intervento specifico da varare nelle prossime settimane. Anche se è lo stesso premier, rispondendo a una domanda, a dire di non volere fissare dei tempi precisi per il nuovo intervento.

Ma come arriveranno gli ottanta euro? Già alle 15 Renzi aveva twittato: “Non ci sono tagli alla sanità. Non ci sono tagli agli stipendi degli insegnanti. Non ci sono tagli lineari” (leggi). Versione confermata in conferenza stampa: “Se trovate le parole tagli e sanità vi pago da bere”. Quanto alla spiegazione delle linee guida del decreto, il premier decide di affidarsi “a dieci tweet”, non senza qualche confusione nella platea dei giornalisti, che si vede scorrere davanti agli occhi misure miliardarie declinate in 160 caratteri e hashtag: uno, non più di cinque auto blu a ministero. Due, tutte le spese degli enti locali online entro 60 giorni dall’entrata in vigore del decreto. “Se l’amministratore non lo fa, lo Stato riduce i trasferimenti”. Per Renzi si tratta dell’inizio “di una rivoluzione”: “Con la pubblicazione delle spese in Rete capiremo dove tagliare. E se non lo capiranno le amministrazioni sarà il governo, attraverso il commissario alla spending review ad entrare nei conti dell’amministrazione”. Tre, lo stipendio massimo dei dipendenti pubblici si attesta a 240mila euro. “Se poi i dirigenti vorranno andare nel privato avranno la nostra benedizione e le referenze”, ironizza il presidente del Consiglio. Di fatto, però, “l’indicazione” del governo è soggetta ai consigli di amministrazione delle società controllate che potranno recepirla o meno con un voto dei consigli di amministrazione. Certo, 

Il quarto punto sono le già citate riduzioni di spesa della Difesa, con un taglio alle spese del programma degli F35 di 150 milioni di euro. Ci sono poi interventi sulle municipalizzate, che il governo vuole sfoltire “da ottomila a mille” e la riduzione degli spazi occupati dalla pubblica amministrazione. Un colpo anche ai giornali – con l’addio all’obbligo di pubblicare i bandi che vale 100 milioni – e uno ai partiti, con lo stop alle tariffe agevolate per partiti e candidati (10 milioni). 

La stoccata più velenosa, tuttavia, il presidente del Consiglio la riserva ai magistrati che nei giorni scorsi avevano criticato l’ipotesi di intervento sugli stipendi della categoria: “Non sono convinto dalla posizione espressa dall’Anm, rispetto il principio di separazione dei poteri, io non commento le sentenze e mi aspetto che i giudici non commentino il processo di formazioni delle leggi che li riguardano. Commentino semmai le riforme vere e non le indiscrezioni”, dice il premier. Quanto alla situazione politica nel suo complesso, Renzi si dice tranquillo: “Non temo il Parlamento, è libero di fare quello che crede ma queste mi paiono misure che godono di un ampio consenso. Mi chiedo come fa il M5S a non votarlo. Sono misure vagheggiate da tanti in campagna elettorale”.