In mezzo alle notizie contrastanti sulla crisi ucraina, un uomo si è alzato e ha cercato di fare breccia nella disinformazione, prove alla mano. Si chiama Pavel Durov, 29 anni, conosciuto all’estero come lo Zuckerberg russo, ed è direttore generale del social network più popolare della Russia, Vkontakte, che lui stesso ha fondato nel 2006. In un post pubblicato sul suo social nella serata del 16 aprile, giusto alla vigilia del vertice di Ginevra dedicato alle sorti dell’Ucraina, Durov ha scritto che l’Fsb (erede del Kgb) gli aveva chiesto di svelare i dati personali dei creatori di alcuni gruppi su Vkontakte legati all’Euromaidan. Per confermare la notizia imbarazzante per il Cremlino che ha sempre negato qualsiasi ingerenza nella situazione in Ucraina, il fondatore del social ha pubblicato la scansione della lettera dell’Fsb. Che entra in conflitto con quanto aveva detto solo qualche giorno prima il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov.

Nella conferenza stampa del 14 aprile aveva sostenuto: “Non interferiamo negli affari interni dell’Ucraina, sarebbe contro i nostri interessi, lì non ci sono nostri agenti: né quelli del Gru (servizio informazioni) e nemmeno dell’Fsb”. Nella lettera di un ufficiale dei servizi russi del 13 dicembre scorso indirizzata a Durov, vengono menzionati 39 gruppi su Vkontakte, la maggior parte dei quali contiene la parola ‘Euromaidan’, il nome dato alla protesta ucraina in Piazza dell’Indipendenza (Maidan Nezalezhnosti) a Kiev, scoppiata il 21 novembre del 2013. Durov ha spiegato nel suo post che ha rifiutato di esaudire la richiesta dei servizi russi perché gli utenti ucraini non sono soggetti alla giurisdizione russa. “La consegna dei dati personali degli ucraini alle autorità russe sarebbe non solo una violazione della legge, ma anche un tradimento di tutti quei milioni di cittadini ucraini che si sono fidati di noi”, così il fondatore del social network ha spiegato la propria decisione. Scelta che Durov ha dovuto pagare cedendo la sua quota di Vkontakte (12 %) per evitare le pressioni. Ma non ha nessun rimpianto: “Dal dicembre del 2013 non ho più la proprietà, ma mi rimane qualcosa di più importante: la coscienza pulita e gli ideali che sono pronto a difendere”.

La pressione su Vkontakte dei servizi russi per venire in possesso dei dati di coordinatori della protesta ucraina non è l’unica rivelazione di Durov. In un aggiornamento del suo stato sul social ha svelato anche che la Procura generale russa gli aveva intimato di bloccare il gruppo su Vkontakte dedicato a Rospil, progetto anticorruzione del leader dell’opposizione russa, Alexei Navalny. Nella lettera del 13 marzo scorso della Procura, allegata al post, si sostiene che il gruppo di Navalny contiene degli appelli per organizzare delle proteste di massa non autorizzate. Per lo stesso motivo all’autorità russa di supervisione delle comunicazioni (Roskomnadzor) si chiede di oscurare anche l’account dell’oppositore su Facebook e Twitter. Se accadesse, sarebbe il primo caso del genere in Russia.

Per quanto riguarda il gruppo di Navalny su Vkontakte, la risposta dello Zuckerberg russo è stata un niet secco, come lo era stata anche nel dicembre del 2011, in merito all’analoga richiesta ricevuta in mezzo alla proteste a Mosca contro i brogli elettorali. “Né io, né la mia squadra abbiamo intenzione di effettuare la censura politica”, ha scritto Durov. E ha spiegato la sua filosofia: “La libertà della diffusione dell’informazione è un diritto inalienabile della società postindustriale. Diritto senza il qualche l’esistenza di Vkontakte non avrebbe senso”. Le pressioni politiche avevano già messo in bilico la presenza di Durov all’interno di Vkontakte in qualità di direttore generale. Il 1 aprile scorso aveva annunciato le sue dimissioni, ma due giorni dopo aveva smentito dicendo che si trattava di un pesce d’aprile.

Titubanze che tradiscono la tensione fra il fondatore del social russo e l’azionariato. Vkontakte è controllato dall’oligarca russo Alisher Usmanov che attraverso Mail.Ru Group ne detiene il 51,99 %. È stato lui a ricomprare lo scorso 18 marzo la quota di Durov venduta nel dicembre del 2013 a Ivan Tavrin, direttore generale di Megafon, uno dei tre maggiori operatori di telefonia mobile. Mentre il restante 48 % di Vkontakte è nelle mani del fondo di investimenti United Capital Partners presieduto dal manager Ilya Shcherbovich, che siede anche nel consiglio di amministrazione di Rosneft, colosso petrolifero di Stato. La mossa eclatante di Zuckerberg russo non potrà non alimentare il conflitto interno con la proprietà, ma lui stesso non ha ancora parlato di come possa cambiare il suo ruolo nel social network. Secondo Andrei Malgin, giornalista russo residente in Italia, Durov si trova ora negli Usa. Probabilmente è da lì che in tarda serata del 16 aprile ha spiegato il suo passo controcorrente alla testata russa Hopes&Fears: “La generazione deve avere un punto di riferimento. Qualcuno doveva alzarsi e dire qualcosa nei tempi dell’assoggettamento generale all’idiozia”.