Come non essere indignati, quando non c’è giorno in cui tocca assistere alla sequela delle tante piccole trasgressioni, dalle tante minute corruzioni, dagli abusi senza volto e senza nome nei quali si incarna il nostro degrado politico, a questa caduta libera civile, culturale e perfino estetica. Alla fine ne viene anestetizzato anche il buon senso. Ci si addormenta, ci si abitua, neanche si riconosce il male.

Il Corriere del Mezzogiorno (edizione di Salerno) segnala con meraviglia dell’affissione di manifesti del Comune fuori dagli spazi consentiti, e lamenta che non salti fuori il nome del responsabile; eppure la città ne è stata tappezzata: migliaia di manifesti colorati di rosso e di blu.

Questa è la notizia che a ben vedere è la punta dell’iceberg. In realtà misura quanta sensibilità civile abbiamo perso, ove mai ne abbiamo avuta.

Quel manifesto, affisso a nome e con lo stemma del Comune di Salerno definisce “delinquenti politici” i rappresentanti della Regione Campania. E si, nessuno si meraviglia che il comune di Salerno, con propria istituzionale comunicazione pagata dai cittadini, diffami la Regione, la pigli a male parole, ne definisca i dirigenti delinquenti. Un ente pubblico che ne aggredisce un altro che opera sullo stesso territorio e con il quale dovrebbe cooperare in assoluta simbiosi.

Ora mi chiedo se non sia più grave il messaggio che l’illegalità del mezzo. Questa caduta di stile e, credo, questo reato, con la devastante sommersione di tutta la città con variopinti manifesti è avvenuta, selvaggiamente, brutalmente, illecitamente, come segnale il giornale. Sfugge la ben più grave trasgressione dei contenuti di quei manifesti: lo sberleffo, l’insulto istituzionalizzato, il cattivo gusto del potere solidificato, incarnato e incartato. Paradossi del sud, paradossi della mia Salerno: una cittadina di centoquarantamila abitanti che vorrebbe essere un’enclave svizzera e a volte si scopre un’anima levantina, incivile per necessità, o per inerzia se non per convinzione .

Solo così si spiega l’oblio di vent’anni di campagne sul rispetto della legge e del decoro urbano, sul perseguimento di una mitica civiltà europea, lo sfondamento di una grancassa mediatica condita di colpi duri di “legge ed ordine” contro ambulanti, prostitute, e trasgressori a vario titolo, segnati dal marchio di “cafoni” e sottoposti non di rado a supplizi mediatici in tante trasmissioni televisive .

C’è voluto un manifesto a segnare il picco del degrado e che dovrebbe svelarci come non vorremmo neanche sapere di essere: ignavi, insensibili, tolleranti di ogni bruttura fisica e civile e di ogni illegalità.

Il motivo del “vaffa” istituzionale origina dal rimpallo della responsabilità del fermo della mal nata e peggio vissuta metropolitana di Salerno. La nostra metropolitana ha una storia lunga e tortuosa, tipicamente italiana, che origina negli anni ‘80: allora il feudatario della città più socialista d’Italia era Carmelo Conte, che fu ministro con delega alle aree urbane del governo Craxi.

Ministro con portafoglio, libero di decidere la necessità dell’impianto di una piccola ferrovia urbana, altrimenti definita metropolitana leggera, per una cittadina di circa 130 mila abitanti che metropoli non è, quando buona e urgente cura, ora come allora, avrebbe meritato il tradizionale e scassato trasporto pubblico su gomma a gestione consortile, che oggi sta per tirare le cuoia lasciando la città totalmente a piedi.

La disinformazione regna sui costi della “metro”: circa 90 milioni di euro, a cui si sommerebbe la gestione di tre milioni di euro l’anno. Cifre opinabili. Quel che è certo è l’abbandono della piccola ferrovia urbana dopo qualche anno e l’arrivo di qualche miliardo a pioggia, fino al 2011, quando, con un altro capo politico indiscusso, si batte cassa nuovamente a Roma e grazie a un accordo con Trenitalia partono le corse su di una linea ferroviaria di 5,663 chilometri. Ma il sogno dura poco, perché il Comune ci mette dei soldi e la Regione no, opponendo la sproporzione tra costi e ricavi del servizio.

Plastica dimostrazione dei limiti di queste opere, appese alla sola capacità di drenaggio di fondi nazionali senza programmazione e legati a logiche che non sono propriamente di servizio pubblico.

Intanto sta andando a rotoli il vero trasporto pubblico della città, che è su gomma, travolto dai debiti e decimato all’improvviso l’estate scorsa.

Reazioni, quasi zero. Sarà stata l’afa allora e la primavera ora: tutti a piedi e nessuno apre bocca nel caos generale.

Non è il primo episodio di scostumatezza istituzionale. Ne abbiamo visti tanti di litigi ugualmente clamorosi tra Comune e Provincia, con ridicole appendici perfino nei tribunali. Tutto galleggia nell’afasia generale tra inefficienza, effimera grandeur, illegalità.

Restano le picconate al già precario senso civico: gli insulti “istituzionali “ sui muri, le sprezzanti e scostumate contumelie tra i politici, immemori della missione di correttezza, di leale collaborazione e perché no, di educazione e buon esempio che è tra gli scopi istituzionali degli enti. Un cattivo esempio che asfissia, che propaga cupa aria di basso impero nel corpo sociale e in quel poco di coscienza civile che resta.

Mentre questa storia campeggia sui giornali, comincia l’affissione selvaggia per le prossime elezioni europee. Vi si distingue il presidente della Provincia. Vorrà entrare in Europa anche lui volando su migliaia di manifesti illegali. Noi possiamo definirci europei? Un tempo si temevano i barbari alle porte, adesso occhieggiano da tutti i nostri muri.