Ho partecipato al XIV Congresso della Filcams Cgil, invitata per una tavola rotonda  intitolata “Donne sull’orlo di una crisi”. Nei  giorni del Congresso, le tavole rotonde sono state tre, sulle donne, sulla legalità e su economia, lavoro, globalizzazione. La bella relazione del segretario Martini aveva già inquadrato i problemi di cui si è dibattuto. La Filcams, che è in prima linea come sindacato dei lavoratori del terziario avanzato e di quello arretrato, mi sembra impegnata a lavorare per la società italiana sul piano della conoscenza e dell’analisi come su quello della costruzione di strategie.

E infatti: si è parlato dell’Italia e, tra i tanti temi, della totale liberalizzazione degli orari della grande distribuzione. Cassiere e commesse non hanno i turni. Ora le chiamate sono estemporanee, al bisogno e la disponibilità delle lavoratrici deve essere pressoché permanente. La stessa cosa avviene nel settore dei servizi in appalto. Si è citato il rapporto Ocse: gli uomini italiani sono i meno disponibili dell’Occidente a dare una mano in casa (meno anche dei giapponesi e dei turchi) e che i servizi sociali per la prima infanzia sono disponibili per meno del 20% dei bambini aventi diritto. Cose risapute, si dirà. Ma ci si chiede: tutti i laudatores dell’ultima ora del lavoro femminile in azienda, che aumenterebbe il Pil, l’efficienza, la produttività, l’integrazione sociale, questi signori che però non spendono una parola né un euro per migliorare i servizi per l’infanzia pensano che tutte le donne abbiano numerose nonne e zie disponibili oppure rendite familiari con cui pagare eserciti di baby-sitter?

Ci sono settori dell’economia nei quali i lavoratori precari sono intorno all’80% degli addetti. I convertiti dell’ultima ora scoprono che un rapporto di lavoro duraturo e stabile migliora il rendimento del lavoratore e salvaguarda il suo patrimonio di competenze specialistiche, a tutto vantaggio dell’azienda; perché allora continuano a fare leggi che aumentano la precarietà della condizione lavorativa? I soloni ci ricordano che non possiamo caricare sui nostri figli i debiti che abbiamo accumulato (noi o le banche?), ma questi ventenni il cui titolo di studio ha perso ogni valore sul mercato del lavoro e che lavorano a intermittenza per salari indegni, non stanno già pagando i nostri debiti? Non li pagano già per i loro figli e nipoti? E allora perché non diminuisce il debito pubblico?

A un certo punto del Congresso ha fatto il suo intervento una ragazza terribilmente emozionata. Applausi di incoraggiamento; poi si è capito che non si trattava di timidezza, ma di disperazione. Vive in una città meridionale, lavorava in uno studio privato dove le davano 500 euro al mese a fronte di  ricevute firmate da lei per 1.500. Su deboli proteste a cui si è risposto con vaghe promesse, proteste appeno un po’ più energiche a cui si è risposto con minacce; infine, l’intervento del sindacato ha spezzato il cerchio intimidatorio in cui era prigioniera, ma il prezzo è stato la perdita del lavoro, del salario e di ogni possibilità di essere assunta, in città, da un altro datore di lavoro. Che potrà fare la ragazza del Congresso?

Ho passato con le compagne e i compagni della Filcams due giorni molto belli. Ho imparato molte cose sull’Italia reale, ho avuto l’occasione e la sollecitazione a ricollocare certe persone della nostra vita quotidiana, la cassiera del supermercato, il ragazzo del call center, il fattorino che consegna i pacchi, la ragazza che apre la porta dello studio medico e gli altri precari come loro, a ricollocarli, dicevo, nel contesto della loro vita, giorni e giorni di fatica e di noia, soldi pochi, prospettive zero, affetti difficili, progettualità inibita. Quando non devono anche districarsi in pericolose relazioni in quelle parti della società italiana nelle quali l’illegalità permea di sé la vita quotidiana.

La società è enormemente cambiata nell’arco di due generazioni. E magari, per alcuni anche in meglio. Ma resta una domanda: coloro per i quali il cambiamento è stato un peggioramento hanno diritto di essere ascoltati e di essere presi in considerazione?

Per mestiere e per anzianità, io appartengo alla categoria dei “professoroni”, notoriamente abbarbicati al passato e sabotatori dell’innovazione. È vero: secondo me, l’innovazione non rappresenta un bene in sé. Anzi, su varie questioni sono energicamente e pervicacemente conservatrice. Ma i professoroni almeno una cosa sono abituati a fare: usare la logica. Problemino da professorone: rispondete secondo logica alle domande che ho formulato nei paragrafi precedenti.  

Segue conclusione sospettosa: quando ci si concentra sulle riforme che “gli italiani aspettano da trent’anni” (quante volte avete visto capannelli di italiani furibondi discutere del bicameralismo perfetto e imponenti manifestazioni di massa rivendicare l’abolizione delle provincie? E  scioperi compatti per il Senato delle autonomie?), quando ci si butta a corpo morto sulle riforme istituzionali, non è che non si sa o non si vuole scendere realmente sul terreno della politica economica?