A dieci anni dal crac Parmalat, gli azionisti di minoranza chiedono di non essere dimenticati, ma di avere almeno una possibilità di vedersi restituire i soldi che al tempo avevano investito nell’ex impero del latte di Calisto Tanzi. Dopo le lotte nei tribunali andate a vuoto, il Cripap (Comitato Risparmiatori piccoli azionisti Parmalat), che riunisce una quarantina di soggetti che avevano investito nell’azienda di Collecchio prima del default, si rivolge alla politica. La richiesta è di modificare la legge 347 del 23 dicembre 2003, il decreto Marzano che all’indomani del crac evitò a Parmalat di affondare, consentendo alla società di continuare a operare sotto l’amministrazione straordinaria di Enrico Bondi. Una legge disegnata ad hoc per la società di Collecchio, ma che riguarda tutte le aziende in crisi con oltre mille dipendenti. Negli anni la legge è stata modificata più volte, ed è per questo che ora il Cripap chiede che sia votato un ulteriore cambiamento anche a favore degli azionisti di minoranza. “Siamo gli unici ad essere stati esclusi dai risarcimenti – spiega Paolo Gozzi, del direttivo del Comitato – eppure noi non siamo responsabili delle azioni portate avanti dalla maggioranza della vecchia Parmalat, che è andata a processo per quegli atti. E chiediamo questo perché la società non è sparita nel nulla, ma dalle sue ceneri è nata la nuova Parmalat Spa, che è sana”.

Secondo gli ex azionisti, sono proprio i piccoli rispamiatori gli unici a essere rimasti a mani vuote, perché le somme raccolta da Bondi con le revocatorie contro le banche che avevano emesso le obbligazioni e le cause di risarcimento per le valutazioni sbagliate, pari a oltre 4 miliardi, sono finite nel tesoretto della nuova Parmalat Spa, ora sotto il controllo della francese Lactalis. “Parte dei soldi sono andati ai fornitori, che hanno avuto i debiti ripagati con azioni della nuova società – continua Gozzi – e i soldi sono arrivati anche ai nuovi soci di maggioranza. Gli unici esclusi rimaniamo noi, questi soldi sono passati sopra le nostre teste”.

Il Cripap ha presentato un esposto alla Consob su aspetti ancora non chiari della vicenda Parmalat, tra cui l’esistenza della vecchia Parmalat Finanziaria, che risulta avere sette dipendenti e un capitale sociale di 1,8 miliardi di euro. “Si tratta di capitale versato dalla precedente società, che una volta chiuse tutte le pratiche legali e burocratiche passerà alla nuova Parmalat” ha continuato Gozzi, che ha portato le sue istanze anche nel corso dell’assemblea straordinaria e ordinaria dei soci Parmalat, con la richiesta di inglobare nel capitale sociale tutti i piccoli azionisti della vecchia società.

A costringere la multinazionale controllata dai francesi a procedere all’operazione, ora potrebbe essere proprio la modifica della legge Marzano. La proposta di emendamento sarà portata in Parlamento dal deputato dei Cinque stelle Alfonso Bonafede, che sul caso ha già presentato un’interrogazione. Se la legge venisse cambiata, Parmalat potrebbe andare incontro a un esborso di 5-600 milioni di euro. “Abbiamo chiesto di inglobare direttamente i piccoli azionisti alla società, senza aspettare la legge – conclude Gozzi – Il nostro danno complessivo è di circa 980mila euro, sarebbe più conveniente anche per Parmalat. Ma ci hanno sempre negato questa possibilità”. La modifica alla legge riguarderà tutte le aziende che, come Parmalat, hanno beneficato di continuità gestionale e operativa, obbligandole a riconoscere ai piccoli risparmiatori che avevano acquistato azioni nel periodo pre-crisi il diritto a un risarcimento in azioni o opzioni con valore economico non inferiore al danno subito. Ma a decidere sul futuro dei piccoli azionisti e a mettere fine alla loro odissea che dura da oltre dieci anni, dovrà essere il Parlamento.