Il 54% degli italiani non legge nemmeno un libro all’anno. Il grosso della restante porzione ne legge uno. È un fenomeno agghiacciante: significa che la cultura ha i giorni contati. Lo so: leggere non rende di per sé colti, ma devo ancora incontrare qualcuno che sia colto senza leggere. L’idea mi affligge e mi spinge a chiedermi dove sia finita la gente “colta”, quella che sa, o sapeva, prima di o addirittura senza consultare internet.

Alludo proprio alla gente che si concede il tempo per leggere, quelli che sanno, sì, ma soprattutto immaginano, sognano e si perdono a fantasticare. Non quella banalmente aggiornata o informata, sempre lì a consultare questo o quel sito, che ha ridotto le unità di tempo di consumo (perché di consumo si tratta) a frazioni anguste e frenetiche, poiché altri consumi urgono.

Il problema, temo, è appunto il tempo, è la capacità di concederselo, di trovarlo, d’iniziare una storia e rimanerci dentro fino alla fine. Molti ragazzini che conosco in virtù del mio lavoro a volte, quando mi scorgono con un libro in mano, si avvicinano, toccano la carta con la punta delle dita, manco scottasse, vanno al fondo, prendono atto del numero di pagine e con stupore mi chiedono: “Ma lo leggi tutto?!”. No, vorrei rispondere, leggo le prime pagine per vedere come inizia e le ultime per capire come finisce, e quello che c’è in mezzo lo diamo al cane… Altre volte girano al largo, temendo forse il contagio. Sempre e comunque mi guardano chiedendosi cosa possa mai spingere un uomo a buttare via così il proprio preziosissimo tempo. Boh, magari hanno ragione e chissà che mi sto perdendo, mentre coltivo l’insana abitudine di leggere.

Coltivare: che parola stupenda! Nella mia testa cultura e coltura sono esattamente la stessa cosa. Un po’ come per i bambini che, parlando, confondono pulizia e polizia (forse perché a quell’età si vivono le fisime igieniche dei genitori come opprimenti angherie degne del regime di un Paese latino). Cultura e coltura per me si sovrappongono, perché entrambe richiedono pazienza e dedizione. E tempo. Datemi pure dell’antico, ma tenderei a diffidare di una confezione di riso che riportasse la dicitura “seminato, coltivato e raccolto in due settimane”. Voi no?

Credo davvero che il problema non sia l’incapacità della gente di leggere, quanto piuttosto di regalarsi del tempo, impresa assai improba se si è sempre connessi e se, nelle rare occasioni in cui non lo si è, si vorrebbe esserlo. Sento genitori che si lamentano dei figli che non leggono, che sono sempre lì con le loro macchinette, ma dicendolo scrutano il cellulare, sobbalzano per un bip, impostano un navigatore. E poi: difficile che i bambini leggano, in case dove non ci sono libri. Difficile anche che si disconnettano per parlare, se gli adulti con cui farlo sono perennemente connessi con mille universi paralleli. E non crediate di cogliermi in castagna, col fatto che dico ciò dalle colonne di un giornale on-line. No, gente. Io, finito di scrivere questo pezzo, ho una nuova lettura che mi aspetta.

È dura restare impassibili nel mare di distrazioni in cui nuotiamo. Sarà per questo che si dice navigare per definire ciò che facciamo quando ci connettiamo, forse è perché si tratta di un vasto, infinito oceano in cui, per superare il senso di solitudine, si raccoglie ogni segnale in cui ci s’imbatte. Si naviga perché chi si ferma è perduto. È sperduto.

Ma io non ci sto, voglio pascolare in altri mari, senza fretta, regalandomi tempo. Perdermi in ogni pagina che sta tra le prime e le ultime, poter pensare che Cervantes ce ne ha messe mille per raccontarci Don Chisciotte o che, più prosaicamente, a Stieg Larsson ne sono occorse duemila per le avventure di Lisbeth Salander.

A meno che non si reputi perduto (parafrasando il recordman Proust e la sua affannosa ricerca di tremila pagine) proprio il tempo che si dedica alla lettura, io dico che è bello quel che mi è accaduto stamattina sulla metro. Nel vagone pieno di telefonini, ho alzato gli occhi dalle pagine e ho incrociato quelli di un tale, seduto davanti a me, anche lui con un libro in mano. Sembravamo due innamorati, anzi no, due agenti segreti dello stesso Paese che si riconoscono in territorio ostile. O meglio: come due adepti di una loggia, depositari di riti e misteri agli altri preclusi. Ci siamo sorrisi e voluti un gran bene, in quell’attimo, prima di tornare ai rispettivi mari da navigare.

Ma mi duole pensare che in due, stamattina, abbiamo letto più di quanto abbia fatto oltre la metà del resto degli italiani.