Oggi nel carcere di A. ho incontrato un detenuto italiano. Gli chiedo quale relazione ha con gli stranieri. Mi dice “io non credo di essere razzista… anzi no, sono proprio razzista. Quando sono entrato per la prima volta in carcere ho chiesto al comandante di stare con un siciliano come me. C’era un palermitano, io sono di Catania. Mi ha messo con lui. Non li sopporto gli stranieri. Coi veneti ci posso pure provare a stare. Ma i bulgari o peggio ancora gli arabi non li sopporto”.
 
Mentre faccio l’intervista scoppia una rissa nei passeggi dell’ora d’aria. 
Albanesi contro marocchini.
La lametta sotto la lingua. Si tagliano. Arriva l’ambulanza. Gli infermieri si mettono i guanti di plastica per raccattare i feriti. Si difendono da Aids e epatite. Le guardie non intervengono subito. Bisogna prepararsi. Servono guanti e scudi. Quando arrivano…quello che doveva succedere è successo.
Uno mi racconta che gli psicologi sono pochi e riescono a stare con i detenuti per un tempo medio di 25 minuti al mese. E poi è come il pollo di Petrolini. Qualcuno ne mangia due e qualcun altro resta a pancia vuota. Lo stesso succede con lo psicologo. Qualcuno lo incontra per un paio d’ore. Qualcuno se lo scorda per mesi e mesi. 
Ma qui dovrebbero essere esserci gli psicologi tutti e tutti i giorni. Invece ci stanno gli psicofarmaci che tengono tutti buoni e rincoglioniti.
Se li inghiottono quei pilloloni, ma se li sniffano pure, li sbriciolano e se li pippano.
 
Se il nostro paese distratto fosse un paese civile nelle galere ci sarebbero i mediatori culturali per capire il motivo di uno scontro tra albanesi e marocchini, per spiegare ai detenuti italiani per quale motivo un arabo ha i lividi in testa per aver pregato con troppa foga sbattendo sul pavimento.
Ma in carcere non c’è niente. Gli oltre sessantamila detenuti sono buttati con un calcio nel sedere in un buco nero che è peggio di una fogna. Perché le fogne a volte sfociano nel mare, mentre il carcere è una cloaca che non sfocia da nessuna parte. Che (alla fine della pena) ti riporta a galla in una società che non ti vuole, non ti considera.
Nel carcere di A. ci vado con una giornalista che si chiama Teresa e ci incontro una direttrice che si chiama L. Parliamo dell’Italia che deve svuotare queste galere infami prima che l’Europa (tra un mesetto) ci dica apertamente che siamo un paese fascista e che torturiamo i detenuti senza manco cercare di fare finta di rieducarli (come invece direbbe la nostra costituzione).
 
Il carcere così com’è non serve a niente. Chi lo conosce lo sa. Non c’entra la destra o la sinistra, non è una questione ideologica. 
I bravi cittadini che pagano le tasse e guardano la televisione lo capiranno mai?
Tra un po’ ci saranno le elezioni europee.
Qualche partito riuscirà a pensare anche a questi disgraziati che stanno chiusi in galera?