Sui giornali il suo nome è legato al disegno di legge sul voto di scambio. È così che in molti hanno iniziato a conoscerlo, attraverso il fuoco incrociato delle polemiche sulla modifica del 416 ter. Il Pd gli ha assegnato il compito di esserne il relatore di maggioranza alla Camera perché lui, Davide Mattiello, neofita di Montecitorio, vanta un curriculum da antimafioso doc.

Torinese, quarantuno anni di cui la metà passati nel sociale, Mattiello ha ricoperto per più di due lustri un ruolo di primissimo piano all’interno dell’associazione Libera di don Ciotti. Una laurea in giurisprudenza, buona capacità oratoria e un grande seguito nella rete delle associazioni antimafia sono stati per lui un trampolino di lancio per diventare deputato indipendente eletto nelle fila del Pd. La politica è sempre stata una sua passione. Nel 2011 ha messo in piedi la Fondazione Benvenuti in Italia, un gruppo di advocacy che si ispira ad omologhi statunitensi, per prepararsi alla grande sfida. Un progetto, quello di diventare “protagonisti della politica”, condiviso con quella che lui chiama la sua famiglia “sociale”, ossia le associazioni che ha fondato e di cui fa parte.

Mattiello e i suoi non hanno dovuto faticare molto, per la verità, per cominciare l’avventura. Nel 2013 il presidente di Benvenuti in Italia è entrato in politica dalla porta principale, grazie ad una candidatura blindata decisa dai vertici del Pd. Una scelta molto contestata e che ha provocato non pochi mal di pancia fuori e dentro il partito in Piemonte, dato che il nome di Mattiello è stato inserito in lista scavalcando due candidati sopravvissuti alla primarie. Anche in quell’occasione sono piovute polemiche a raffica e un noto e seguitissimo giornale locale titolò “Si candida l’avatar di Luigi Ciotti”.

“Io non ho chiesto di essere messo in lista, è stato il Pd a chiedere al nostro mondo un candidato”, liquida la faccenda Mattiello. Dice di aver accettato la proposta perché gli è piaciuta l’idea di fare parte del Pd da indipendente, per aiutare quel partito “ad interpretare in maniera più complessa un disegno di società”. Precisa però che lui nel Pd rappresenta comunque solo la sua associazione, Acmos, e non l’universo più grande di Libera e Gruppo Abele. Segno che i mal di pancia sulla sua candidatura non sono ancora finiti.

Mattiello divide gran parte del suo stipendio da parlamentare tra le associazioni che presiede, tenendo per lui quel che gli serve per andare su e giù da Torino a Roma. “All’inizio quando mi sono trovato in parlamento, con il governo Letta-Alfano, mi sono sentito morire” racconta. All’inizio della sua avventura parlamentare l’ex attivista di Libera è stato tra quelli che non hanno votato la fiducia al governo. Poi ha trovato una bussola con la mozione Civati e ha vissuto accanto al deputato lombardo tutta la fase congressuale.

Mattiello non ama Renzi, ma ha approvato la nascita del suo governo perché “interpreta lo spirito del tempo”. “Non so quanto resisterò in questo partito e cosa sarà di me – dice – se mi dimetterò dal gruppo parlamentare o dall’attività parlamentare. Ma in questo momento credo nel percorso iniziato con Civati”.

Il Pd ha assegnato a Mattiello il ruolo di relatore del ddl sulla modifica del 416 ter. E lui per settimane, la scorsa estate, ha tessuto e negoziato, insieme all’ex magistrato Stefano Dambruoso (Scelta civica), per portare a casa la partita. Alla fine ha creduto di trovare la convergenza su una norma non perfetta ma difendibile, ma che invece ha provocato l’insurrezione del mondo antimafia. Quella modifica del 416 ter rischiava di essere peggiore dell’esistente e Mattiello è finito nel tritacarne. Roberto Saviano ha parlato di una “messa in scena”, e l’ex attivista di Libera, antimafioso per definizione, si è beccato pure del “furbacchione” e del “cala braghe” da un altro pezzo da novanta del giornalismo antimafia come Attilio Bolzoni. Unico a difenderlo, indirettamente, spendendo parole distensive sulla modifica approvata alla Camera, è stato l’ex procuratore capo di Torino Gian Carlo Caselli, che lo conosce Mattiello.

“Ci sono rimasto molto male”, spiega Mattiello a ilfattoquotidiano.it, “quell’attacco è stata una grande sofferenza che si è aggiunta alle sofferenze provocate da questo cambio di vita. Io sono un liberale – continua – e non c’è un modo di fare le leggi diverso da quello di sottoporle alla grandine della polemica politica. L’alternativa è Stalin”. Un radicale dell’associazionismo e un liberale in politica, che si ritrova a mediare sotto la cattiva stella delle larghe intese di un governo Letta-Alfano al quale non ha neppure dato la fiducia. Difficile non uscirne ammaccati. “Non ho rimpianti. Dovevo lavarmene le mani per salvarmi la coscienza? Resistere ad ogni mediazione vuol dire non fare un cazzo”, si sfoga.

Mattiello difende il risultato di un iter durato più di 400 giorni. Il testo su cui il Movimento 5 stelle oggi ha ingaggiato una battaglia al grido “fuori la mafia dallo Stato”. “Io non posso fare una norma che mi faccia sembrare un antimafioso cazzutissimo, quando ci sono magistrati come Cantone, Sabelli o Roberti che mi dicono che così com’è uscita dal Senato pone problemi di incostituzionalità”. Non vuole sentirsi dire che la nuova norma è un regalo alle mafie. A suo parere il nuovo 416 ter rappresenta anzi un grande passo avanti rispetto ad un testo che “in più di vent’anni ha prodotto solo tre sentenze definitive”. “Chi sta aiutando i mafiosi in questo momento?”, chiede. “Chi vuole approvare questo dettato che punisce l’accordo tra politico e mafioso o chi vuole procrastinare il tempo di introduzione della norma? Se martedì non passa rischiamo di non riuscire ad approvarla fino a maggio inoltrato. E anche questa campagna elettorale sarà andata via così”.