Da venerdì 11 a domenica 13 aprile, Cavriago (Reggio Emilia) dedica un intero weekend ad Antonio “Wandrè” Pioli, il suo estroso cittadino che negli anni ’60 fabbricò strumenti musicali entrati nella leggenda. Antonio “Wandrè” Pioli era molto più di un semplice liutaio. Nella sua fabbrica non si forgiavano unicamente strumenti dal suono cristallino; si ideavano eclettici e ricercati oggetti di design. Le chitarre di Wandrè sono state imbracciate dai più grandi artisti del pantheon beat, e non solo, nostrano. Fu lui a costruire la prima chitarra elettrica di Adriano Celentano, l’unica mai usata da Francesco Guccini e quelle più care ai Nomadi. Ma le chitarre di Wandrè furono suonate anche da grandi leggende rock d’oltreoceano, da Ace Frehley dei Kiss a Buddy Miller fino a Frank Zappa. Ma per arrivare a tanto Wandrè ha dovuto faticare e, almeno in vita, senza essere adeguatamente ripagato.

Antonio Pioli nasce nel giugno del 1926; Cavriago, allora, non toccava le 5.000 anime. Sin dall’infanzia il padre lo soprannomina “Va’ndrè”, in dialetto reggiano “va all’indietro”. Molte le leggende legate a questo nomignolo, la più accreditata racconta che Antonio se lo sia guadagnato per le sue affinità col salmone; un’affinità di moto – opposto a quello del senso comune. La stessa direzione contraria che nel giugno del ’44, a diciassette anni, lo porta a diventare partigiano insieme al suo amico Jazz. Dopo la guerra Wandrè studia al Convitto-scuola di Reggio Emilia, per racimolare soldi non disegna la questua e tenta anche il suicidio dopo il rifiuto della famiglia di Bice di darle in sposa la figlia. Il corso di perfezionamento da capocantiere edile lo porta a lavorare alla fiera di Milano e a Cosenza per conto del Consorzio Cooperative di Reggio Emilia. La sua avversione al compromesso lo mise però presto in conflitto con l’ambiente e fu licenziato.

É nel 1957 che Wandrè torna a Cavriago. Fu in quell’estate che iniziò la produzione degli strumenti musicali Wandrè. In pochi mesi passò dalla fabbricazione di contrabbassi classici a quella di modelli radicalmente innovativi per linea e tecnica. Costruì diversi modelli semiacustici per poi passare alla totale elettrificazione, dotando gli strumenti di pick up. Forgiò per la prima volta manici in alluminio ma anche mobili – più pratici negli spostamenti. Gli amici di Wandrè lo sostennero economicamente e moralmente, la maggior parte di loro erano musicisti; Jazz, suo compagno d’infanzia e d’armi girò il mondo come turnista nella band di Peter van wood (la squadra calcistica della trasmissione Quelli che il calcio è chiamata Atletico Van Goof sulla falsariga del cognome), Vanni Catellani duetterà tra gli altri con Louis Armstrong e Chet Baker. Fu anche grazie a loro se i suoi strumenti musicali (dai nomi evocativi e ammiccanti come Brigitte Bardot, Scarabeo, Rock Oval o Bikini) sono oggi tra i più ricercati e osannati dai cultori, sopratutto esteri. Innovativo fu anche il sistema di produzione da lui ideato, la sua fu la prima fabbrica di chitarre elettriche in Italia e forse l’unica al modo ad essere a pianta circolare.

Gli eventi che lo celebrano sono imperdibili. Venerdì 11 aprile alle 18.30 inaugura la mostra Wandrè. Vita, chitarra e opere. Sabato 12 aprile alle 17.30 (alla mattina potreste fare un salto in Piazza a Cavriago per rimirare il noto busto di Lenin, qui troneggiante prima della nascita di Wandrè) viene presentato il libro, ricco di dovizia storica e splendide fotografie, Wandrè. L’artista della chitarra elettrica, a cura di Marco Ballestri. Il libro vanta anche una simpatica introduzione di Francesco Guccini; “Wandrè! Chi era costui? – si chiede Guccini – …mi raccontano che faceva chitarre, ma non chitarre come hanno da essere le chitarre, piuttosto oggetti dotati di anima propria, ribelli, addirittura pericolose. […] Io li ascolto, sorrido e non dico niente: perché so di cosa stanno parlando […] una sua chitarra l’ho suonata eccome, fino a distruggermi le dita. […] Non ho vergogna ad ammettere che mi faceva quasi paura, con quel suo colore rosso scuro e le paillettes che si accendevano sotto la luce dei riflettori da balera”. Nelle chitarre Wandrè ha distillato tutto il suo essere; un essere fatto di schiettezza, ostinazione, arte e di una certa melanconica filosofia.