“Stop al moralismo, questa è una battaglia etica”. Nella giornata italiana per la prevenzione dell’alcolismo, gli operatori sanitari e gli esperti lanciano una sfida: superare le barriere – non legali, ma spesso psicologiche e di ordine morale – per il trapianto di fegato nelle persone con problemi di etilismo. In Italia non è vietato, anche se la prassi è quella di forzare un futuro trapiantato a sei mesi di astensione dal bere prima dell’operazione. “Ma spesso non possiamo aspettare così tanto, il trapianto si fa urgente e noi medici, come sta scritto anche nella Costituzione, non possiamo mettere in secondo piano la salute dei pazienti rispetto ad altre valutazioni”, spiega a ilfattoquotidiano.it Gianni Testino, direttore del Centro alcologico regionale della Liguria ed epatologo di fama internazionale. Ogni anno, in Italia, vengono effettuati circa 1.200 trapianti di fegato, “e più del 50% è dovuto a conseguenze dell’abuso di alcol”, continua Testino. Che commenta anche una notizia proveniente dal Regno Unito, dove, per la prima volta, verrà consentita l’operazione anche ai forti alcolisti, ferma restando la necessità di evitare sprechi di organi e quindi di valutare il futuro tasso di sopravvivenza di questi trapiantati. “Questa è la giusta strada – dice Testino – e, anche se in Italia non è mai esistito questo divieto, stiamo lavorando per togliere tutte le barriere di ordine morale”.

Anche a Londra, del resto, le motivazioni sono le stesse. “Noi curiamo esseri umani, non angeli”, ha fatto sapere il dipartimento trapianti dell’Nhs, il servizio sanitario nazionale britannico, commentando il cambio delle norme. Il National health service ci ha pensato a lungo e ora, appunto, la svolta. Ufficialmente vietata fino a ora per carenza di organi e anche per motivazioni moralistiche – nel Paese ogni anno si registrano poco meno di 1000 trapianti di fegato – ora l’operazione di impianto di un nuovo organo sarà disponibile anche per coloro, etilisti, che hanno una possibilità di sopravvivenza inferiore al 50%, come è il caso, di solito, di chi soffre di severe alcohol-associated hepatitis. Cirrosi da abuso di sostanze alcoliche, in pratica, una malattia spesso fatale ma che, dicono ora molti operatori sanitari, non può essere più un ostacolo ai trapianti, anche nel caso di malattie dovute a errate abitudini di vita.

Il British liver trust, l’associazione per la cura delle malattie del fegato, intanto, ha esultato: “Non dobbiamo dare giudizi sulle vite delle persone, ma dobbiamo guardare alla loro salute e alla loro sopravvivenza”. Il programma di nuove cure, tuttavia, farà sicuramente discutere, in un momento storico in cui la carenza di organi e in particolare di fegati si fa più forte. Il Regno Unito è un Paese, del resto, in controtendenza rispetto al resto d’Europa. Mentre nel continente il consumo di alcol è in calo da tempo, in Gran Bretagna è cresciuto a dismisura soprattutto negli ultimi 50 anni. E si calcola che, al momento, un britannico adulto su quattro abbia un qualche problema legato alle abitudini alcoliche, mentre si parla di vera e propria dipendenza nel 12/15% della popolazione. Il trapianto, appunto, migliorerebbe l’esistenza di tanti etilisti con il fegato compromesso. E, dalla parte dell’Nhs, anche uno studio del 2011 che dimostra una sopravvivenza a sei mesi del 77% dei forti bevitori trapiantati.

Nel 2002 fece scalpore nel Paese l’operazione che donò un nuovo fegato al mito del calcio del Regno Unito in assoluto, il nordirlandese George Best, con un passato di abuso di alcol e di ricoveri ospedalieri. Poi lo stesso Best morì nel novembre del 2005 a causa di un’infezione epatica e l’opinione pubblica si interrogò, spinta soprattutto dai commenti sui tabloid, sull’opportunità di trapiantare persone dalla vita volontariamente travagliata. Così, allo stesso modo, fece notizia in tutto il mondo il caso di un 22enne britannico, alcolizzato dall’età di 13 anni, che nel 2009 morì per un trapianto negato.

A ilfattoquotidiano.it Deborah Bowman, docente di bioetica, etica clinica e medicina legale della Saint George University di Londra, spiega: “Così come in medicina non neghiamo le operazioni e le cure a chi rimane paralizzato dopo un incidente sportivo, allo stesso modo andrebbe fatto nel caso dell’alcolismo. Tutti noi corriamo dei rischi per la nostra salute con le nostre abitudini quotidiane, anche se va ammesso che nel caso del consumo di alcol, la questione della responsabilità è un po’ più complessa e contestata. Chiaramente – continua – gli organi sono pochi e abbiamo un obbligo etico di usare bene risorse scarse e preziose. Però, fermi restando gli attuali criteri di scelta delle persone da trapiantare, ora è stato scelto di includere nella lista anche le persone giovani e che sono state diagnosticate per la prima volta. Queste persone verranno finalmente considerate”.

Tornando all’Italia, Emanuele Scafato, direttore dell’Osservatorio nazionale alcol del Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute (Cnesps), spiega a ilfattoquotidiano.it: “Oggi all’Alcohol prevention day a Roma parleremo anche delle leggi, che in Italia non sono cattive ma vanno applicate. Basti pensare che l’alcol zero alla guida sotto l’età dei 21 anni finora ha concesso un dimezzamento delle morti da incidente stradale in quella fascia d’età. Certo, c’è ancora un gap da colmare. Se gli alcolizzati in carico ai servizi al momento sono 69mila, si stima che nel nostro Paese circa 850mila persone abbiano problemi di alcol”. E in tempi di binge drinking, il “bere compulsivo” dei giovani, e di “errati modelli sociali”, la ricetta per la cura all’alcolismo, specialmente nelle persone appena trapiantate che vanno seguite, verrà lanciata proprio oggi da Roma: “I gruppi di auto-aiuto sono fondamentali”, aggiunge l’epatologo Testino, “le associazioni come quelle degli alcolisti anonimi possono essere di grande ausilio alla medicina e spesso possono fare più dei medici. Perché lì, in quei gruppi, nessuno giudica e fa la morale”.