L’euro sta distruggendo l’Europa ed i suoi popoli: soltanto riparato l’errore che è stato compiuto, potrà essere ripensata l’idea di un’Europa solidale rispettosa delle differenze e delle identità. Questa idea, credo ormai sia condivisa da tanti cittadini italiani ed europei, e prova ne è che le prossime elezioni per il Parlamento europeo rischiano di vedere un’avanzata senza precedenti delle forze politiche cosiddette “euro-scettiche”. Per l’Italia, si guarda, ovviamente, al M5S, all’unico movimento di opposizione alla partitocrazia ed alla dittatura finanziaria di Bruxelles. Eppure, le risposte dei Cinque Stelle sembrano ambigue, non chiare, prive di coraggio. In questo post vorrei provare a riassumere le debolezze della posizione di recente assunta dal M5S a proposito dell’euro.

I. La proposta di referendum.

Sul blog di Grillo, nei giorni scorsi, i senatori del Movimento hanno pubblicato un intervento che dovrebbe riassumere gli obiettivi politici del M5S in vista delle elezioni europee. L’attacco all’euro è netto e deciso, assolutamente condivisibile: “L’Italia ha perso la sua sovranità monetaria senza che i cittadini fossero interpellati. Nessuno ci ha spiegato i pro e i contro, i rischi e le opportunità e un eventuale piano B di uscita in caso di fallimento. Hanno espropriato gli italiani della loro moneta trattandoli da sudditi”.

La soluzione, la strategia che viene prospettata, però, convince meno: “Per questo motivo è necessario dare loro la parola con un referendum che, come spiegato nell’articolo che segue, è fattibile ed è legittimo”. L’articolo richiama il referendum che, nel 1989, si svolse in Italia per richiedere ai cittadini di pronunciarsi sull’affidamento, al Parlamento europeo, del mandato di redigere un progetto di Costituzione europea. Dall’euro, infatti, l’Italia non potrebbe certo uscire tramite un “normale” referendum abrogativo: non soltanto l’art. 75 della Costituzione vieta esplicitamente che possa svolgersi un simile referendum sulle leggi di autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali ma, secondo una consolidata interpretazione della Consulta, non sarebbe mai possibile interferire, attraverso referendum, con l’ambito di applicazione delle norme comunitarie e con gli obblighi assunti dall’Italia nei confronti dell’Unione Europea. Né, occorre precisare, è possibile nel nostro ordinamento proporre lo svolgimento di referendum consultivi, al di là delle espresse previsioni della Costituzione (articolo 132).

Per questo oggi il M5S richiama il precedente che si ebbe nel 1989, quando, con legge costituzionale (3 aprile 1989, n. 2), fu indetto il “referendum di indirizzo” (il quale, peraltro, risultò un plebiscito a favore dell’Europa, con l’88% dei sì). Fu necessaria, allora, una legge d’iniziativa popolare promossa dal Movimento Federalista Europeo – successivamente sostituita dalla proposta di legge costituzionale presentata dal Partito Comunista – la cui approvazione richiese la doppia lettura in entrambi i rami del Parlamento, secondo l’iter necessario per le leggi costituzionali.

Seppur la Costituzione non preveda, nella sua lettera, un’ipotesi simile, nel 1989 i partiti furono concordi nell’approvare questo strumento atipico (il “referendum di indirizzo”) mediante una legge costituzionale ad hoc, formalmente “in deroga” o “rottura” di quanto previsto dall’art. 75 della Costituzione, per legittimare con il ricorso al voto popolare l’accelerazione del processo d’integrazione europea.

Come è stato correttamente notato da parte della dottrina, limitandosi semplicemente all’indizione di quella singola consultazione, la legge costituzionale non ha introdotto nel nostro ordinamento il referendum di indirizzo, il quale è per così dire, una volta svoltesi le operazioni di voto, “uscito dallo scenario costituzionale”, facendo così svanire “la temporanea rottura della Costituzione”.

Secondo il M5S, l’esperienza del 1989 dovrebbe oggi ripetersi, in quanto unica soluzione tecnicamente possibile – anche se in “deroga” alla Costituzione – per ritenere ammissibile un referendum attraverso il quale gli italiani possano esprimere il proprio giudizio sulla moneta unica.

II. Qualche domanda.

Alla proposta formulata dal M5S si potrebbe, però, replicare con qualche questione, cui si dovrebbe dar risposta:

1. Per un referendum come quello del 1989, sarebbe necessaria l’adozione di una legge costituzionale, per la quale – come dispone la Costituzione – occorrerebbero due distinte deliberazioni da parte di ciascun ramo del Parlamento e, in seconda votazione, una maggioranza assoluta. Ma – se l’attuale Parlamento italiano è retto dalle cosiddette larghe intese – chi dovrebbe votarla quella proposta di legge costituzionale? Quanti voti potrebbe prendere? Ha il M5S attualmente la forza per poter proporre seriamente un tale referendum?

2. Anche ammesso che le forze politiche della maggioranza accettassero di promuovere il referendum, esse non sarebbero in ogni caso vincolate al suo risultato. Il M5S, nella proposta, cerca di dire che si tratterebbe di “un referendum popolare di indirizzo, non meramente consultivo”: ma che differenza c’è? Se con referendum di indirizzo, solitamente, si intende un referendum preventivo (che “si ha quando il corpo elettorale si pronuncia in via preliminare su un principio o su una proposta formulata in termini molto generali, i quali dovranno avere attuazione da parte del Parlamento”), esso, nel caso di specie, non potrebbe – come quello del 1989 – che avere efficacia non vincolante. Come assicurare che le forze politiche, dopo il voto, si impegnino per far uscire l’Italia dall’euro?

3. E ancora: se dovesse anche “passare” un referendum consultivo atipico, come si svolgerebbe? In che clima si andrebbe a votare? Appare evidente che, in una situazione politica come quella attuale, un’intensa campagna mediatica sarebbe sufficiente ad influenzare larghi strati della popolazione, convincendoli a schierarsi a favore dell’Europa, dell’euro, a quella retorica del “disastro irreparabile” che l’uscita dalla moneta unica provocherebbe. E non solo: è ragionevole ipotizzare che, alla notizia di un referendum sull’euro, i mercati finanziari reagirebbero con quei meccanismi di “attacco” che abbiamo già imparato a conoscere negli ultimi anni.

4. Che senso ha chiedere ai cittadini di esprimersi liberamente sull’euro quando, per il M5S, la moneta unica è uno spettro che si aggira per l’Europa, quando, cioè, si presume che quegli stessi cittadini (poiché il M5S non è un partito, ma un movimento diretto dai cittadini) voteranno compatti contro l’euro? Perché cercare un plebiscito, che sa molto – forse troppo – di pura demagogia?

5. Oppure lo stesso M5S non sa ancora se è favorevole o no all’euro? Ma se l’euro è davvero la questione decisiva della scena europea, non avrebbe senso che una forza politica, come il M5S, che intende proporsi quale attore di quella scena chiarisse la sua posizione definitiva prima, e non dopo, le elezioni? Perché allora non fare un sondaggio sull’euro perlomeno tra gli iscritti del movimento per vedere quale sia la posizione della base su questo punto? Quando ci sono stati referendum sul finanziamento pubblico dei partiti, sull’acqua pubblica il movimento non si è limitato a proporre la consultazione, ma ha anche preso posizione a riguardo: perché non dovrebbe farlo per l’euro?

III. Un’alleanza in Europa.

Dopo tutte queste domande, vorrei sottolineare una contraddizione. Il M5S propone un referendum sull’euro come se fosse un punto del programma elettorale per le europee. Ma le elezioni europee riguardano il Parlamento europeo, non quello italiano. Che senso ha, allora, mettere in “programma” per le europee un referendum che riguarda l’Italia ed una legge che dovrebbe votata dal Parlamento italiano?

Il vero punto essenziale non è forse un altro? Non è forse capire – il prima possibile – se e con quali forze politiche che saranno rappresentate nel Parlamento europeo il M5S potrà concludere alleanze in chiave anti-euro?

Occorre essere realisti. La via del referendum è impervia non soltanto perché la nostra Costituzione non ammette referendum su trattati internazionali, ma anche perché verrebbe fatto di tutto per manipolare il consenso con attacchi speculativi sul nostro debito.

Certo è che l’euro è stato costruito con un golpe delle élite industriali e finanziarie, scavalcando persino le istituzioni europee. Non lo dico io, ma un grande giurista, Giuseppe Guarino, che ha intitolato il suo ultimo e-book il “Colpo di Stato dell’euro”. E contro un golpe, un referendum meramente “consultivo” sembra davvero un’arma spuntata. Del resto i punti programmatici indicati dal M5S per le elezioni europee si potrebbero facilmente raggiungere superando l’euro e recuperando la propria sovranità monetaria. Ecco perché, anche in vista delle prossime elezioni europee, ciascuna forza politica dovrebbe chiarire la sua posizione sulla moneta unica. Limitarsi a proporre oggi un referendum sull’euro senza prender posizione rischia di essere una soluzione pilatesca e mal si addice a un movimento che ha sempre espresso una linea politica chiara e coerente.

Ho sempre pensato che la battaglia contro l’euro non fosse né di destra né di sinistra. Per questa ragione, credevo potesse essere fatta propria da un movimento post-ideologico come il M5S. Spero, o forse mi illudo, che sia ancora così, che, insomma, il 5 stelle resti oltre la destra e la sinistra.

Un’uscita unilaterale dall’euro sarebbe non priva di difficoltà. Per questo saranno decisive le elezioni europee. Solo un fronte unico contro l’euro all’interno del Parlamento europeo potrebbe almeno rimettere in discussione tutto e dare all’unica istituzione rappresentativa dell’Unione, per la prima volta nella sua storia, una funzione importante e non meramente ancillare, come sinora  i socialisti hanno voluto.