La difesa di Emilio Riva, 88enne patron dell’Ilva di Taranto, redatta da Vittorio Feltri sulle colonne de Il Giornale deve far riflettere. Feltri spiega che Riva “è rimasto agli arresti domiciliari per 12 mesi” pur non essendo stato ancora processato per l’inchiesta. “Contro di lui – aggiunge l’ex direttore del quotidiano della famiglia Berlusconi – è stato detto di tutto. È colpevole a prescindere: uno che per fare soldi non ha esitato a mettere a repentaglio la vita dei suoi poveri operai e anche delle loro famiglie. Uno sterminatore di popoli”. Non solo. Per Feltri i persecutori dell’industriale “gli hanno sequestrato gli opifici, i soldi, anche quelli personali, i beni mobili e immobili. Lo hanno ridotto in miseria. Non ha più i soldi per mangiare, per pagare il dottore. Se gli capitasse di essere ricoverato all’ospedale dovrebbe arrangiarsi per saldare la fattura della degenza, affidandosi alla carità pubblica o privata. Riva, pur non essendo ancora stato giudicato, è stato massacrato, derubato anche della propria dignità” e conclude sostenendo che “pretendiamo di creare posti di lavoro onde combattere la crescente disoccupazione, in particolare giovanile, e poi ordiniamo la chiusura di numerose fonderie perché si pensa (non vi è certezza in proposito) che facciano male alla salute. Rimane un dubbio atroce: meglio morire sicuramente di stenti o meglio morire (forse) di cancro? Al lettore l’ardua sentenza”.

L’unica cosa che condivido è l’affermazione “Questa è una storia tipicamente italiana. Di quelle che ti fanno vergognare di essere nato e di vivere qui, tra le Alpi e il Canale di Sicilia”. Già perché tutta l’arringa di Feltri sorvola sul passato di Emilio Riva. È vero che sull’inchiesta attuale pende solo una richiesta di rinvio a giudizio, ma è altrettanto vero che per completezza di informazione, il giornalista avrebbe dovuto quantomeno citare alcuni punti fondamentali della carriera imprenditoriale dell’88enne che tutto è tranne che indigente visto che che la Cassazione ha annullato il maxisequestro da oltre 8 miliardi e restituito tutto alla famiglia (altro che povero!!!).

Ricordare, ad esempio, che Emilio Riva è già stato condannato in via definitiva dalla Cassazione per “getto pericoloso di cose”, cioè per l’enorme quantità di polveri che ogni giorno si sollevavano dal parco minerali dell’Ilva ed entravano nelle case e nella vita degli abitanti del quartiere Tamburi. Dopo quella sentenza del 2005 la famiglia Riva si impegnò con una serie di atti di intesa a rimediare alle lacune strutturali della fabbrica che, però, dal 1995 in poi avevano consentito di incassare miliardi di euro. L’esito di quegli accordi con la politica (che ritirò la costituzione di parte civile di Comune e Provincia di Taranto) è raccolto nelle carte dell’ultima inchiesta: zero.

Ancora. Feltri avrebbe dovuto, anche di sfuggita, ricordare che i vertici dell’Ilva privata sono stati al centro della prima grande vicenda giudiziaria di mobbing. Condannati in via definitiva per aver confinato in un capannone vuoto i dipendenti che non accettarono il nuovo “sistema Riva”: un nuovo contratto con stipendio invariato, ma con un declassamento lavorativo. Impiegati, capi squadra e tecnici specializzati, dall’arrivo della famiglia lombarda, dovevano tornare a fare gli operai (magari con il silenzio assenso dei sindacati).

Quelli che rifiutarono l’offerta furono trasferiti nella palazzina Laf per settimane e in alcuni casi mesi. Senza far nulla. Nella sentenza di primo grado, confermata in appello e cassazione, il giudice scrive che si è “voluto riscrivere la storia e la Costituzione” e “mettere in discussione alcuni capisaldi del nostro ordinamento in materia di diritto del lavoro, riscrivere i rapporti fra datori e prestatori di lavoro, rispetto alla loro evoluzione nel tempo”.

In quella palazzina, infatti, “i rapporti fra i dipendenti (li vedevi come “ebeti”, ha detto qualcuno) viaggiavano sempre a confine fra la solidarietà e la litigiosità più banale ed esasperata, bastava un niente per provocare inutili litigi fra gli stessi, si era soliti assistere a manifestazioni di evidente disagio psicologico come di chi, arrivata una certa ora del pomeriggio, urlava a squarciagola, di chi passeggiava avanti e indietro a contare i mattoni per terra o i buchi nei muri, di chi sbatteva le sedie per terra o tirava calci ai muri, di chi faceva ginnastica, giocava a carte, o dormiva, di chi fissava le tapparelle e le finestre rotte, di chi guardava nel vuoto, di chi camminava avanti ed indietro con la testa in giù senza guardare nessuno in faccia, di chi era pronto a dire a chi arrivava alla Laf che egli si trovava lì per sbaglio, che stava per uscire. Che gli avevano assicurato che sarebbe rimasto ancora per poco, a testimonianza di un evidente ed incontrollabile disagio, di una voglia di distinguersi, di apparire come estraneo ad una situazione che si era consapevoli fosse di estrema umiliazione”. Anche per questo Emilio Riva è stato considerato uno dei responsabili. Ha ragione Feltri: ai lettori (pienamente informati) l’ardua sentenza.