Il 2014 segna il ritorno dei Cure, i quali continuano a fare sold out ancor prima di suonare. La date di Londra, del 28 e 29 marzo, registrano un inequivocabile “tutto esaurito” da almeno un mese. La cosa desta curiosità, se non altro perché il successo commerciale ha abbandonato il gruppo da tempo immemore; per sentire un disco decente di Smith & soci occorre risalire ai primissimi anni novanta. Lo stesso Robert Smith in alcune interviste rilasciate si dichiara stupito del seguito che ancora oggi il gruppo dimostra di avere: “Non mi capacito di tutto questo successo, dice”. E come non essere d’accordo con lui? Soprattutto dopo aver dato uno sguardo alla discografia; sebbene gli album compiuti continuino ad avere una certa rilevanza…  quelli brutti, sono divenuti tristemente più numerosi.

Difficile accettare che nel corso della carriera non abbiano saputo continuare a recitare “il proprio canovaccio”; possibile che non siano stati capaci di riproporre un brano sulla falsariga di quanto fatto in passato? Ricordate Primary? Quei tre accordi sono sufficienti per gridare al capolavoro! Prendiamo le canzoni di Seventeen Seconds: A Forest, M, Play For Today, In Your House, un disco eterno nel quale trovare rifugio nei meandri impalpabili della nostalgia. Canzoni seminali, uscite ancor prima, come Jumping Someone Else’s Train oppure Killing an Arab sono il frutto d’illuminazione suprema! Vogliamo rivolgere l’attenzione verso le ossessioni compulsive di Pornography? Ancora oggi quel disco equivale ad “un ritorno al futuro” connesso al presente di epigoni abili nel ricalcare tali sonorità, al punto da sembrare paradossalmente più originali della matrice stessa: White Lies, Editors, Disappears, Cloud Nothings, restano i primi a venire in mente ma il passato prossimo offre un campionario di gente piuttosto vasto: Interpol e Bloc Party su tutti.

Seppur in altri ambiti, vengano in mente gli U2, i quali hanno saputo attingere, come nessun altro, “alla risacca delle proprie onde”, arrivando addirittura a farci credere che stavano costruendo il futuro del rock… I Cure no! I Cure ad un certo punto hanno cominciato a sfornare dischi pietosi, senza arte ne parte, contribuendo semmai a diagnosticare la tanto vituperata fine del genere musicale.

Quel nulla proposto dopo Wish genera ancora oggi disagio; quando nel 1996 uscì Wild Mood Swing si fece fatica a capire cosa stesse accadendo, al punto che i fans, sgomenti, pensarono a uno scherzo. Quando ci si rese conto che persino il meraviglioso cespuglio di capelli armonicamente spettinato di Robert aveva lasciato il posto a un groviglio asimmetricamente deforme, fu tardi.

Nel 2000, Bloodflowers, avrebbe dovuto sancire il ritorno a certe sonorità; sebbene alcuni sostengano che al suo interno si celi qualche perla, il disagio resta manifesto: Smith oltre a perdere lo smalto, perde pure il rossetto! Restano gli occhi bistrati ma nulla è più come un tempo.

The Cure e 4:13 Dream” chiudono nel modo peggiore la discografia: un coacervo di canzoni mal prodotte e senza nerbo. In pratica un disastro.

Non resta che attendere una nuova catarsi! Pare, infatti, che sia in dirittura d’arrivo il quattordicesimo album di inediti; stando alle fonti dovrebbe essere formato da canzoni escluse da 4:13 Dream. Se questi sono i presupposti non c’è molto da stare allegri!

Il presente, nel frattempo, dice che I Cure tornano dal vivo. Può bastare. Si parla addirittura di date anche nel nostro Paese, a fronte delle quali verranno proposte soltanto canzoni di “The Top, The Head on the Door e Kiss Me, Kiss Me, Kiss Me”.

Non è poco, anzi…quanto basta per trovare ancora una volta rifugio nei meandri impalpabili della nostalgia.

 

9 canzoni 9 … per occhi bistrati e rossetti sbavati

Lato A

A Short Term Effect – The Cure

Walking On Your Hands – Red Lorry Yellow Lorry

Marian – Sisters of Mercy

Caucasian Walk – Virgin Prunes

Lato B

Dazzle – Siouxie and The Banshees

Perfume Garden – The Chameleons

Seven Kinds of Sin – Sad Lovers and Giants

Third Unkle – Bauhaus

Digital – Joy Division