La seconda puntata di Giassil programma di Antonio Ricci in onda su Canale5 domenica in prima serata e condotto dalle due ex Iene Luca Bizzarri e Paolo Kessissoglu, ha incassato un disastroso 7, 26% (contro l’11, 39% della prima): uno dei punti più bassi dello share dell’intera rete.

Non c’è assolutamente nulla di cui stupirsi. Sono tante le critiche che si possono infatti avanzare a questo programma. Che è volgare, tanto per cominciare: di una volgarità gratuita e inutile. Che ha poche idee e quelle poche molto disordinate. Ma la cosa che colpisce di più in assoluto è quanto sia vecchio. E’ uno di quei programmi che non funzionano più da anni, ma che le reti generaliste italiane, mosse da chissà quali istanze masochistiche, si ostinano a riproporre.

Si tratta in sintesi di una sorta di varietà stantio, che per cercare di far ridere ricorre ancora a grafichette animate anni ’80 e risatine di sottofondo, a comici bolliti (non tutti, per carità, ma molti sì), a filmati su ‘froci’ illustri e tettone famose (sic), a candid camera che sembrano uscite dall’archeologia televisiva. Un programma che, per cercare di tenere insieme elementi buttati a caso, ricorre all’espediente (anch’esso vecchio) di far scontrare nord, centro e sud Italia (su cosa, non si capisce). Un programma che, per tentare di nascondere che è vecchio, fa dire ai presentatori qualche parolaccia, mette i cosiddetti “extracomunitari in giuria e fa vedere qualche spezzone di web series, che chi frequenta il web conosce già a memoria. Come dire: è peggio la pezza del buco.

Il risultato di tutto ciò (e di molto altro ancora) non è appunto solo un brutto programma. Ma il vero e proprio emblema di una televisione mummificata, che dovrebbe essere chiaro a tutti (tranne per molti che la fanno) che oramai non esiste più.

Attenzione, però. Non è la televisione nel suo insieme a essere morta. Potrà infatti forse stupire qualcuno il fatto che la fruizione televisiva globale non sia in calo, come invece qualche fan dei nuovi media potrebbe erroneamente pensare. Anzi, non è mai stata così elevata come in quest’ultimo periodo. Tutti gli indici d’ascolto sono infatti in crescita, e lo sono in modo incontrovertibile. Compresi quelli del target giovanile, che sembra non disdegnare affatto il “vecchio” mezzo. Tanto per dire, l’anno scorso in Italia il numero dei ragazzi dai 15 ai 34 anni davanti allo schermo è salito di 80.000 unità rispetto a quello di cinque anni addietro. Mica pochi.

Il tipo di televisione che oggi funziona e che è seguita da un numero crescente di persone è però profondamente diversa rispetto al passato. Con l’avvento del digitale e l’espansione del satellitare c’è stato un cambiamento di gusto e di sensibilità netto e sostanziale, che ha reso di colpo vecchia una buona parte di programmi (non tutti) che andavano alla grande fino a non molto tempo fa. Per capire cosa è cambiato nel panorama televisivo non ci vuole poi molto: basterebbe dare un’occhiata a qualche rete interessante in giro per il mondo (ce ne sono tante).

E così le reti di casa nostra si dividono tra quelle che si sono accorte e hanno intercettato questo cambiamento (e infatti vanno bene) e quelle che invece non se ne sono accorte (o fingono di non essersene accorte) e che perciò vanno male, sempre e senza eccezioni. Inutile dire che le reti generaliste, nella maggior parte dei casi, rientrano in quest’ultimo gruppo. Sembra infatti che vadano avanti per pura forza d’inerzia, facendo quello che si faceva vent’anni addietro, come se nulla nel frattempo fosse accaduto.

Il risultato è appunto Giass, che ha fatto i risultati che ha fatto. E non ci si può nemmeno lamentare che la colpa è tutta del pubblico, che ormai non guarda più tv. Il pubblico c’è, e la tv la guarda ancora. Solo, non guarda più quella tv. Come dargli torto?