Oggi sono tutti contro l’austerità, contro la Troika, contro la Bce, contro la Commissione, contro il Fiscal Compact, contro l’Europa. Perfino Giorgio Napolitano, il capo dello Stato che si è fatto garante di tutte le manovre straordinarie di rigore contabile degli ultimi tre anni.

A leggere i titoli dei giornali e le dichiarazioni dei politici, sembra che l’austerità sia un’idea sconfitta, affossata dal peso di milioni di disoccupati e popolazioni disperate. Invece no. Se in queste settimane parlate con i funzionari di vertice di Bruxelles, con i grandi investitori o i banchieri, troverete un coro unanime: i Paesi che hanno chiesto aiuto all’Unione europea, hanno firmato l’impegno alle riforme strutturali in cambio di una linea di credito di emergenza, oggi stanno meglio.

La fotografia della situazione che fa il fondo salva Stati Esm, guidato dall’austriaco Klaus Regling, è questo: Grecia, Irlanda, Spagna e Portogallo sono i migliori nei quattro campi cruciali di riforma, “crescita dell’export, riduzione del deficit, cambio nel costo dell’unità del lavoro, progresso nelle riforme strutturali”.

A dicembre l’Irlanda è uscita dal programma, cioè non prende più prestiti dal fondo salva-Stati ed è in grado di finanziarsi da sola sul mercato, non ha neppure voluto la “linea di credito precauzionale” che le sarebbe spettata. I grafici sul costo unitario del lavoro sono impressionanti: fatto 100 quello del 2000, l’Italia è quasi a 140, l’Irlanda dopo aver toccato 140 nel 2008 ora scende in picchiata verso 120. È la famosa “competitività”, che poi vuol dire salari più bassi o produttività più alta (magari licenziando persone).

Tra Bruxelles (Commissione) e Francoforte (Bce) il ragionamento che prevale è questo: senza la Troika il risanamento si è fatto alzando le tasse e strozzando la crescita, con la Troika invece ci sono state privatizzazioni, liberalizzazioni e taglio del costo del lavoro che mettono le basi per la crescita futura. Morale: i sostenitori dell’austerità non sono pentiti, ma soddisfatti. Il loro sguardo però è selettivo: la disoccupazione in Spagna è al 25,7 per cento nel 2014, scenderà al 24,6 nel 2015, per il Portogallo dal 16,8 al 16,5, per la Grecia dal 26 al 24. E guardiamo il debito pubblico: quello della Spagna sale ancora, 94,8 per cento del Pil nel 2014, 103,3 l’anno prossimo, l’Irlanda passa da 120,3 a 119,7, il Portogallo da 126,6 a 125,8. Non parliamo poi della Grecia: da 177 a 171,9. Sono progressi? Indubbiamente, anche se non si può certo dire che il miglioramento sia fenomenale, al massimo un’inversione (lenta) di tendenza. Basta per essere ottimisti? Ai mercati sì, ai cittadini meno. La Storia compilerà il suo bilancio delle politiche di austerità, di sicuro il dibattito non è finito.

Twitter @stefanofeltri

Dal Fatto Quotidiano del 19 marzo 2014