Non è solo Cosa Nostra. Dietro alle stragi che tra il 1992 e il 1993 insanguinarono l’Italia, non c’è solo la piovra. Non è una novità e non è nemmeno un fatto giuridicamente accertato. Non ancora, almeno. Questa volta però a pensarla in questo modo è Gaspare Spatuzza, ex braccio destro dei fratelli Graviano e principale esecutore degli eccidi a suon di bombe che puntellarono ogni fase dei colloqui tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra. “La genesi di tutto – ha detto il collaboratore di giustizia, deponendo come teste del processo sulla Trattativa all’aula bunker del carcere romano di Rebibbia – è quando si decise di non uccidere più Falcone a Roma con quelle modalità e si torna in Sicilia: lì cambia tutto e poi non c’è solo mafia”.

Fin dal febbraio del 1992 Giovanni Falcone era stato pedinato nella capitale da un gruppo di fuoco guidato da Matteo Messina Denaro: doveva essere assassinato lì a colpi di kalshnikov, senza bisogno di ricorrere ad alcuna azione clamorosa. Qualche tempo dopo però Totò Riina emanò il contrordine: il magistrato simbolo della lotta a Cosa Nostra doveva essere assassinato in Sicilia, e in modo diverso. Operazioni che Spatuzza definisce “terroristiche”, in una strategia che ‘u tignusu considera “un colpo di stato”. “Io ero un militare – si definisce alla fine di un’udienza fiume – mettevo bombe a destra e a manca senza scopi estorsivi: se non è un colpo di stato questo, di cosa dobbiamo parlare?”. Solo che dopo i botti di Capaci e di via d’Amelio, che fanno strage dei magistrati che avevano istruito il Maxi Processo, Cosa Nostra comincia a colpire anche i civili.

“Per le stragi di Capaci e via d’Amelio – ha spiegato Spatuzza – diciamo che erano anche miei nemici, in quell’ottica mi andava anche bene l’atto terroristico con cui vennero eseguite. Ma collocare più di cento chili di esplosivo in una stradina abitata non è cosa che appartiene a Cosa Nostra” ha raccontato il pentito, riferendosi alla strage di via dei Georgofili a Firenze. E quando Graviano gli ordina di assassinare un po’ di carabinieri per dare “un colpo di grazia” (in quello che passerà alla storia come il fallito attentato dello stadio Olimpico a Roma), Spatuzza sottolinea che in quel modo si sarebbero portato dietro “morti non nostri”. Un passaggio forse fondamentale nei ricordi dell’orrore dell’ex braccio armato dei fratelli Graviano è probabilmente rintracciabile nelle modalità utilizzate da Cosa Nostra per trovare le ingenti quantità di esplosivo poi utilizzate nelle stragi.

“Noi del gruppo di Brancaccio – ha spiegato Spatuzza iniziammo a reperire l’esplosivo sin dal marzo del 1992, senza sapere per cosa dovesse essere utilizzato. L’esplosivo veniva dai pescatori, era quello utilizzato per fare la pesca di frodo. Recuperavano dai fondali marini ordigni bellici e poi prelevavano esplosivo dall’interno. L’esplosivo lo prendemmo a Porticello lo portammo a casa mia e poi è stato consegnato a Fifetto Cannella. Io mi sono occupato della macinatura dell’esplosivo non sapevo che fosse per la strage di Capaci. Solo dopo la strage di Capaci mi dissero di togliere l’esplosivo da casa mia e ho capito di aver prestato la mia manodopera a questa cosa. Lo stesso esplosivo è stato utilizzato per tutte le stragi tranne per l’attentato a Totuccio Contorno”. La strage di Capaci, quella di via d’Amelio, gli eccidi di Roma, Milano e Firenze, botti clamorosi in grado di squarciare autostrade, tutti realizzati con tritolo proveniente dai fondali marini? “C’era anche un altro tipo di esplosivo, una specie di gelatina, ma quello non so da dove venisse” ha aggiunto Spatuzza. Esplosivo diverso dunque, probabilmente di tipo plastico, infinitamente più devastante del semplice tritolo derivato dalle vecchie bombe pescate in mare, ma di riflesso molto più difficile da rintracciare.

Da dove viene quell’esplosivo in “gelatina”? E c’è qualche connessione con la presenza nel garage di via Villasevaglios, di un uomo esterno a Cosa Nostra, mentre la Fiat 126 rubata a Pietrina Valenti viene trasformata in autobomba da far brillare in via d’Amelio? “Non era un ragazzo, né un vecchio – ha raccontato il pentito di Brancaccio ­ doveva avere 50 anni. Non l’avevo mai visto prima, né lo vidi dopo quella volta. Di certo non era di Cosa nostra. Ma non mi allarmò la presenza di quell’uomo – aggiunge – perché se era lì era perché Giuseppe Graviano lo voleva”. Chi è quell’uomo? E che fine ha fatto? “In questi anni mi sono sforzato di dare indicazioni su di lui, ma lo ricordo come un negativo sfocato di una foto”. Come sfocati rimangano ancora oggi i protagonisti esterni a Cosa Nostra, che affiancano la piovra nel biennio stragista: appaiono e scompaiono come fantasmi, durante quello che è di fatto il prequel della Seconda Repubblica.

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