Mentre Unicredit fa luce sulla voragine da 14 miliardi di euro registrata nel 2013, Intesa SanPaolo punta a fare profitti con la privatizzazione di Poste Italiane. “Ci sarà un ruolo importante per la banca, ma non è stato ancora definito”, ha detto il consigliere delegato dell’istituto, Carlo Messina, a proposito dell’ipotesi che Intesa possa essere ingaggiata come intermediario  (joint global coordinator) per la dismissione di una quota rilevante del gruppo pubblico.

Anche perché il piano di dismissioni avviato dal governo Letta procede nonostante il cambio della guardia. “Il nuovo governo ha l’esplicita intenzione, che troverà esplicazione nei documenti di programmazione che ci accingiamo a presentare in Parlamento, di riaprire una nuova stagione di valorizzazione, alienazione, privatizzazione del patrimonio pubblico“, ha detto alla Camera il viceministro all’Economia, Enrico Morando. L’esecutivo “non solo condivide la scelta nel merito del precedente esecutivo su privatizzazioni come Poste ed Enav“, ha aggiunto, “ma più in generale intende definire in tempi rapidi un piano di rilancio che consenta al tempo stesso di contribuire alla modernizzazione delle società oggetto di privatizzazione e contribuire alla riduzione del debito pubblico“.

Morando ha quindi definito “infondata” la tesi secondo cui il processo di privatizzazioni si è fermato per mancanza di asset da privatizzare. “E’ un bacino che si è ristretto ma non è assolutamente annichilito”, ha aggiunto, sottolineando che l’operazione servirà a dare “una scossa al momento asfittico del nostro capitalismo” e ricordando che “privatizzare comporta anche rischi, per questo procedure tempi e modalità devono essere ben calibrate”.

TOrnando a Intesa, Messina ha affrontato il delicato tema dei licenziamenti in arrivo. Se infatti Unicredit ha annunciato che manderà a casa 8.500 dipendenti entro il 2018, Intesa Sanpaolo ha già convocato il sindacato dei dirigenti, Dircredito, per segnalare che dei mille manager presenti in azienda ben 200 sono in esubero. E, nei desiderata della banca, dovrebbero lasciare il gruppo nei prossimi diciotto mesi. “Oggi abbiamo un eccesso di capacità produttiva, non mi piace parlare di esuberi. Spero di poterla riassorbire grazie all’aumento dei ricavi”, ha spiegato, anticipando che “il nuovo piano che presenteremo indicherà come trovare nuove fonti per far crescere i ricavi” e confermando il taglio di 300 filiali su 4mila entro la fine dell’anno.

Quanto alla rivalutazione delle quote della Banca d’Italia, che ha fatto guadagnare 1,4 miliardi a Unicredit, Messina sostiene che “non ne abbiamo bisogno, abbiamo un eccesso di capitale. Se potrà essere un contributo positivo, lo valuteremo”. E ancora: “La Consob è stata molto chiara, non ha imposto vincoli di contabilizzazione e ci comporteremo di conseguenza”. Il banchiere ha detto infine di essere “orgoglioso di avere investito 60 miliardi nei titoli di Stato del mio Paese”, sottolineando che con “uno spread inferiore ai 200 punti base il contributo della finanza sarà minore ai ricavi della banca”.