“Nu tuf qua, nu tuf là, fin alla fin ce l’ama fà” (“Un mattone qui, uno lì, prima o poi ce la faremo”). Ovvero: la politica dei piccoli passi dei fratelli Matarrese secondo la dissacrante parodia che Emilio Solfrizzi e Antonio Stornaiolo (in arte Toti & Tata) portarono sulle emittenti locali pugliesi a metà Anni 90. Il messaggio? Descrivere la parsimonia con cui i proprietari dell’As Bari gestivano il loro giocattolo di famiglia. Una gag comica che oggi, con i Matarrese ormai fuori dall’autofallita società di calcio (ieri a mezzogiorno l’amministratore unico della società ha portato i libri in Tribunale), sembra riassumere alla perfezione il rapporto tra i tifosi biancorossi e i “Kennedy di Andria” nei 37 anni di reggenza. Nel mondo del calcio, un’era geologica che ha pochissimi precedenti. Imitazione ingenerosa, si dirà. In un certo senso è vero: con Tonino e Vincenzo in sala comandi, il club del capoluogo ha comunque vissuto 12 anni in Serie A, alternando fior di giocatori (João Paulo, Cassano e Protti su tutti, ma la lista è lunga) a impresentabili bidoni, stagioni entusiasmanti a record negativi di punti e presenze allo stadio. Né più o meno di altre piazze importanti del pallone made in Italy.

Dietro un amore mai davvero sbocciato, però, c’è dell’altro: la voglia della città di competere in Europa, di nutrire un’ambizione, di non sentirsi la sorella sfortunata del Napoli di Maradona. In questo, non lo si può negare, i Matarrese hanno fallito. E i baresi non hanno mai perdonato. Ecco perché quell’imitazione descrive a puntino il senso dei tifosi per la famiglia di costruttori edili. La scena è irresistibile: i due fratelli in riva al mare, livella in mano, canotta bianca e cappelli da muratore in testa (realizzati con le pagine de La Gazzetta del Mezzogiorno). Alle spalle lo scheletro di Punta Perotti. E la sigla che prende in giro la strategia dei fratelli per completare l’attacco biancorosso: “Chiamami Perotti… sarò la tua punta”.

I cori della curva, tra una contestazione e l’altra, hanno fatto il resto, con quel “ma quale presidente, ma quale costruttore, sei solo un muratore” urlato a squarciagola sia allo stadio Della Vittoria che al San Nicola. Proprio l’impianto, poi, sembra essere il paradigma dell’era Matarrese: ora cattedrale in disfacimento nel deserto sportivo, ma vent’anni fa perla architettonica. E sì, perché allora Vincenzo ci provò ad andare in Europa. Erano i primi anni Novanta. L’astronave di Renzo Piano aveva dato lustro alla città durante i Mondiali di calcio. Antonio Matarrese, all’apice della sua carriera da dirigente sportivo (in tal senso per lui Bari è stata una rampa di lancio), era il presidente della Figc. E voleva un Bari formato Uefa. Il fratello Vincenzo, per una volta, decise allora di fare le cose in grande: nel ‘91 in biancorosso arrivarono Boban, Jarni e Platt, giocatori che oggi chiameremmo top player. Come andò a finire? I biancorossi retrocessero in B, altro che Coppa Uefa.

Per il presidente, abituato a non fare mai il passo più lungo della gamba, si trattò di una scottatura che non riuscì mai a dimenticare. E che orientò la gestione futura del club. E così, quando nel 2001 riuscì a vendere il baby fenomeno Antonio Cassano alla Roma per 60 miliardi di lire, Vincenzo Matarrese preferì non reinvestire quei soldi nel potenziamento della squadra per paura di sperperare l’ennesimo tesoretto. I tifosi non la presero bene, accusando la proprietà di aver depositato la commessa di Franco Sensi direttamente nelle casse di famiglia. La realtà forse era diversa, ma quell’insinuazione ha continuato a vivere nell’immaginario collettivo dei tifosi fino ai giorni scorsi. Eppure, negli ultimi 13 anni la città ha comunque sognato a tinte biancorosse. Con Antonio Conte in panchina, nel 2009 il Bari è ritornato nella massima serie, esprimendo un calcio piacevolissimo poi diventato “libidine” l’anno dopo in A con Giampiero Ventura in panchina. I ricordi di quegli anni, però, sono stati offuscati dallo scandalo calcioscommesse, che ha avuto l’effetto della livella: ha cancellato le imprese sul campo e restituito un’immagine desolante di Bari e del Bari, dipinta come il centro del marcio, con giocatori e tifosi collusi nell’addomesticare le partite (tra cui un derby con il Lecce, onta massima) per guadagnare quattrini.

Lo scandalo e l’ottimo lavoro dell’attuale tecnico del Torino, tuttavia, ebbero anche un altro risultato: fecero dimenticare troppo in fretta il divorzio da Antonio Conte. Il tecnico, entrato nei cuori dei tifosi nonostante le sue origini salentine, voleva l’Europa e il salto di qualità. Lo disse chiaramente a chi gestiva il club. Ma per Vincenzo Matarrese quella del 2009 fu un’estate strana. Non aveva ancora completamente digerito quanto accaduto nel ‘91 e, soprattutto, veniva dalla delusione del 2006, quando il sindaco Michele Emiliano portò a termine il suo obiettivo di campagna elettorale: l’abbattimento di Punta Perotti. Un affronto per i Matarrese e per Vincenzo, che in quei giorni si era anche accorto fuori tempo massimo di esser stato preso in giro da un sedicente imprenditore americano (tale Tim Burton: non il regista, ma comunque un personaggio a suo modo cinematografico) che diceva di voler rilevare la società. Il “nuovo presidente” venne accolto all’aeroporto di Palese da un migliaio di tifosi con le sciarpe al collo, ma il salvatore della patria dopo un paio di giorni svanì nel nulla, come i sogni dei tifosi che già immaginavano riscatto e musichetta della Champions. Una situazione kafkiana, come tante nei 37 anni dei Matarrese in sella (e con una Serie C “conquistata” sul campo nel 2004 e poi evitata grazie al fallimento del Napoli). Come dimenticare, ad esempio, quanto accadde nel novembre 1999 dopo Perugia-Bari.

Il capitano degli umbri Renato Olive prende un colpo da un giocatore del Bari e finisce in ospedale con lo zigomo rotto. Al termine del match, negli spogliatoi il patron perugino Luciano Gaucci decide di lamentarsi con l’arbitro. A un tratto, voce fuori campo. È Vincenzo Matarrese che, dal pullman della squadra, urla: “Gaucci, noi siamo di Serie A”. Gaucci non la prende bene: “Vai a fare in culo, tu e tuo fratello” grida in favore di telecamera, per poi cercare di divincolarsi dalla stretta dei suoi collaboratori e affrontare fisicamente il suo parigrado. Non ci riuscì, ma quella scena è diventata un tormentone. Come l’imitazione dei fratelli Matarrese. Che ieri volevano l’Europa e oggi lasciano il calcio dopo 37 anni, con l’As Bari nell’estrema periferia del calcio italiano. Fallita, come la loro politica dei piccoli passi.

Il Fatto Quotidiano, 8 marzo 2014