Ogni assetto politico è figlio di quello che lo ha preceduto. Gran parte dei commentatori indica nei primi anni ’90 il passaggio dalla I alla II Repubblica, anche se non c’è stata nessuna revisione totale o comunque consistente della Costituzione che normalmente giustificano il cambio di Repubblica.

C’è stato il crollo repentino del sistema dei partiti che durava dal Dopoguerra. Ma da allora tutti i partiti sono coinvolti in un turbine inarrestabile di sigle. Semmai, c’è da rilevare che dietro tutti quei simboli ci sono sempre gli stessi dirigenti, a garanzia di una sostanziale, eccessiva continuità.

Comunque, a prescindere dalla questione terminologica tra I e II (e c’è già chi parla di III) Repubblica, è vero che alcuni avvenimenti di quegli anni ’90 hanno condizionato in maniera indelebile tutto il successivo assetto politico. Mi riferisco a Tangentopoli e quel che ne è conseguito. Ancora un passaggio della storia d’Italia, dopo le mai sopite polemiche sull’Unificazione e il Brigantaggio, il Fascismo e la Resistenza, che non trova una lettura condivisa.

Direi che oggi, più che la tradizionale distinzione tra destra e sinistra, è proprio la diversa interpretazione di Mani Pulite che divide insanabilmente la società italiana. Così si spiega perché un dirigente di estrema sinistra si potesse trovare più a suo agio in certi salotti tv, magari con Emilio Fede, che tra i girotondini della sua stessa parte politica. E la destra fascista e leghista poteva approvare leggi iper-garantiste, se serviva per difendere certi imputati dai processi. D’Alema, nella famosa scena di Nanni Moretti, non diceva “qualcosa di sinistra”, anzi non diceva nulla perché fondamentalmente non era in disaccordo con Berlusconi che sproloquiava contro i giudici.

Vediamo, volendo semplificare al massimo, le due diverse narrazioni dei fatti. Secondo alcuni, un intero sistema dei partiti legittimato dagli elettori era stato scardinato dall’azione della Magistratura. Gli ultras parlano di golpe giudiziario, di ingerenze internazionali contro gli interessi italiani. I giudici avrebbero formato un blocco unito e compatto nel perseguimento di fini politici. Da lì nasce un’alleanza più o meno sottaciuta tra chi puntava a difendere i propri interessi personali e chi invocava un più nobile “primato della politica”. Un’intesa ormai palesata dalle larghe intese e ancor più dall’attuale governo di legislatura che, a vario titolo, tiene tutti dentro tranne i grillini.

È per questo che la politica della giustizia non è mai cambiata con l’alternarsi dei ministri: un leghista e un comunista trovavano una linea comune nella necessità di arginare, con l’invio di ispettori, le procure troppo attive. Un ventennio per certi versi omogeneo (così in politica economica, estera, su informazione e tv o sulla scuola), in cui la procedura penale è assurta a un inedito ruolo di protagonista a forza di norme volte a ingarbugliare lo svolgimento dei processi e portare chi poteva permetterselo alle agognate prescrizioni.

La lettura opposta è quella che vide l’implosione di un sistema dei partiti già in crisi da tempo. I prodromi si potevano trovare nelle intuizioni di intellettuali come Pasolini o nei discorsi dei politici più illuminati come Berlinguer, che in nome della “questione morale” si opponeva con tutte le sue forze non tanto agli avversari storici democristiani, quanto ai possibili alleati di “sinistra”: quei socialisti che, passando sotto la gestione Craxi, avevano eretto a sistema il meccanismo delle tangenti e della corruzione. Purtroppo tra gli eredi del Pci hanno prevalso i miglioristi, ancora oggi al potere insieme a democristiani e craxiani.

Al crollo dei partiti certamente contribuì il mutamento degli equilibri internazionali. Era venuto meno l’interesse a mantenere la nostra democrazia “bloccata”, con la Dc sempre comunque al governo e il Pci relegato a una ambigua posizione di minoranza consociativa. Una situazione che si era trascinata già oltre il dovuto per tutti gli anni ’80.

C’è chi invoca anche una questione generazionale dal momento che, sull’onda lunga del Sessantotto, erano arrivati alle leve del comando (quindi anche in posti chiave nella Magistratura) per la prima volta persone non appartenenti alle classi dirigenti di sempre: gente che poteva vantare una certa indipendenza e non era più disposta al rispetto dei sancta santorum.

Nel quadro che, per sommi capi, ho cercato di delineare, anche la tradizionale distinzione tra garantisti e giustizialisti va rivista. Difficile negare che in questi anni si siano accentuate le diseguaglianze non solo economiche e sociali (effetto delle politiche liberiste), ma anche sul piano dei diritti. Da una parte gli imputati eccellenti che hanno potuto giovarsi dei tanti provvedimenti volti a intralciare il lavoro dei giudici.

Di contro i cittadini comuni hanno dovuto subire gli effetti di un sistema della giustizia impantanato, impegnato in un inedito scontro con gli altri poteri dello Stato, e così intasato da scadere talvolta in processi condotti in maniera sommaria in cui a rimetterci le penne sono i meno attrezzati. Dunque, una giustizia che fatica a colpire i colpevoli e tutelare le vittime dei reati e quando ci riesce mette in atto una disparità di trattamento.

Allora, chi sarebbe spinto verso posizioni garantiste resta spiazzato dalla presenza di categorie che di garanzie ne hanno fin troppe. E chi è forcaiolo, o comunque preferirebbe una giustizia più severa contro il dilagare della criminalità, si trova a infierire su quei disperati che finiscono a intasare le patrie galere.

Di fronte a una simile situazione strabica non può che adottarsi un atteggiamento altrettanto differenziato: dobbiamo sperare in una riforma della giustizia che dia più garanzie ai deboli e maggior severità contro i potenti, inchiodando alle proprie responsabilità grandi evasori, politici e imprenditori corrotti, tutti quelli che arricchendosi personalmente hanno impoverito l’Italia e ci hanno ridotti sul lastrico.