Le guerre, di solito, vengono descritte come fatte per la libertà, la democrazia, l’indipendenza o cose del genere ma – quasi sempre – ci sono di mezzo ben altre cose. Fin dal tempo della battaglia di Stalingrado, dove i tedeschi persero la guerra nel tentativo di conquistare i campi petroliferi del Caucaso, le guerre si sono fatte più che altro per il petrolio.

Certo, il concetto di “guerra per il petrolio” non va visto nel senso brutale di conquistarsi un pezzo di terra ricco di campi petroliferi. Molto spesso, le cose sono più sottili e hanno più a che vedere con il controllo strategico che con la conquista. Non di rado, poi, sono il risultato di valutazioni strategiche clamorosamente sbagliate. Un buon esempio è il caso dell’Afghanistan, dove c’è chi ha sostenuto che l’interesse dell’Occidente era nell’assicurarsi il controllo di un oleodotto che avrebbe trasportato il petrolio del Mar Caspio. Peccato che la zona, descritta negli anni ’80 come “La nuova Arabia Saudita” si sia rivelata molto meno ricca di petrolio delle prime stime e dopo un decennio e più di lavoro non ha ancora prodotto niente o quasi.  

Ma è un fatto, comunque, che la mappa delle guerre e quelle delle risorse petrolifere coincidono abbastanza bene. Allora, cosa possiamo dire dell’Ucraina e degli eventi recenti? Sappiamo che l’Ucraina produce un po’ di petrolio; ma veramente molto poco: anche meno dell’Italia. E’ tuttavia un nodo importantissimo per i gasdotti che portano il gas naturale russo in Europa. Si può fare una guerra per dei gasdotti? Non se ne vede la ragione: l’importante, qui, è il controllo dei pozzi e quello non dipende dall’Ucraina, ma dalla Russia.

C’è però un punto interessante a proposito della vicenda Ucraina che forse non tutti hanno notato: il gas di scisto (o shale gas) che si estrae con il processo detto fracking. Sapete che il gas di scisto e il fracking sono cose di gran moda negli Stati Uniti e che molti hanno parlato di rivoluzione e addirittura di una “nuova era” dei combustibili fossili. Ovviamente, però, il gas di scisto non esiste solo negli Stati Uniti. C’è anche in Europa e il bello della storia è che alcuni fra i giacimenti più importanti potrebbero trovarsi nel bacino di Lublino, un’area a cavallo fra Polonia e Ucraina. Questa zona ha il vantaggio rispetto ad altri giacimenti europei di essere poco popolata e quindi di non causare gli stessi problemi di inquinamento che causerebbe il fracking in paesi come, per esempio, la Francia. Di questi giacimenti in Ucraina, si parla da molto tempo e la lamentela principale da parte delle compagnie petrolifere occidentali è che ottenere i permessi di esplorazione e sfruttamento da parte del governo Ucraino era molto difficile.

Ora che sapete queste cose, può darsi che emerga una certa logica negli ultimi eventi. Sta venendo fuori una divisione dell’Ucraina in due parti. I russi si prendono la Crimea con la base per la loro flotta, come pure parte dell’Ucraina dell’Est. Gli europei (e gli americani) si prendono l’Ucraina dell’Ovest, con i suoi pozzi di gas di scisto e con tutti i profitti del caso. È impossibile dire se era proprio questa l’idea fin dall’inizio ma, messa in questo modo, sembrerebbe proprio un buon affare per tutti (a parte probabilmente per l’Ucraina, che finisce smembrata in due pezzi, ma è così che va il mondo).

C’è solo un piccolo problema: le riserve di gas di scisto in Ucraina sono, per il momento, soltanto sulla carta. E, inoltre, estrarre gas dagli scisti è costoso, richiede rimpiazzare i pozzi continuamente e in più è terribilmente inquinante. Non è affatto detto che l’impresa abbia una resa economica, tanto e vero che pare proprio che il “boom” del gas negli Stati Uniti si stia già esaurendo. Quanto potrà durare, allora, il gas ucraino? E valeva la pena di rischiare una guerra per questa ragione? Non abbiamo risposte sicure a queste domande; l’unica cosa certa è che nella situazione attuale, nella corsa ad accaparrarsi quello che rimane delle preziosissime risorse di petrolio e gas, siamo disposti a fare qualunque cosa e tutto il resto passa in secondo piano.