“L’Italia metà giardino e metà galera”, cantava De Gregori. La doppia faccia del Belpaese sempre diviso tra bellezza e degrado, tra ricchezza di cultura e natura e abisso di chi ne fa scempio. Tra capacità di imporre la sua forza creativa e l’immobilismo fatuo dei salotti in cui si rifugia la cosiddetta élite. “La grande bellezza” ha vinto, meritatamente l’Oscar, a 50 anni di distanza da quella “Dolce Vita” che il film di Sorrentino omaggia e ricalca esplicitamente. E come 50 anni fa la locuzione “Dolce Vita” prese il volo per diventare qualcosa di più di un titolo di un film finendo per indicare un’epoca, c’è da augurarsi che alla “Grande bellezza” accada altrettanto. E che diventi sinonimo dell’Italia che verrà, che diventi un modo per definire il nostro più grande patrimonio, quello culturale, che racconti, come fa il film, anche tutte le nostre contraddizioni, spronandoci a risolverle. Il film di Sorrentino, in fondo, narra, in maniera frammentata ed evocativa, la contraddizione tra una città così spudoratamente bella come la capitale (da provocare nelle prime scene la morte di un turista straniero per apparente sindrome di Stendhal) e la degenerazione etica, estetica, caratteriale di un paese in apparente crisi costante.

Come Jep Gambardella, che ha scritto solo un grande, bellissimo romanzo e poi ha campato di rendita e mondanità per il resto della sua vita, l’Italia spesso vive di rendita sulla sua bellezza e la usa solo in termini un po’ retorici, come se essa bastasse e non dovesse, ogni giorno, riscoprirsi, rinascere, trasformarsi. «È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura… Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile», mormora Jep in uno dei passaggi del film in cui scolpisce alcune delle sue massime ciniche e sagge. “La grande bellezza” dovrebbe diventare, come è accaduto per “La dolce vita” nell’Italia del boom, un modo per indicare l’Italia di questi prossimi decenni, finalmente capace di dare un taglio al “chiacchiericcio e al rumore” e a far uscire qualcosa di più di uno sprazzo di bellezza.

Da quando, a ottobre dell’anno scorso, il Fatto del Lunedì mi ha dato il bellissimo compito di raccontare l’Italia, affidandomi quella particolare agenda che si chiama “Paesi tuoi”, mi sono trovato a percorrere un ideale itinerario nel Paese delle cose belle, imbattendomi in una galassia di soggetti che ogni giorno fa di tutto per difendere la nostra grande bellezza: pro loco, associazioni, enti culturali, musei, agricoltori e chef, scrittori e musicisti… Spesso in solitudine, sovente senza sostegno da parte delle istituzioni, sempre con grande e incrollabile passione. È da loro, da questo mondo che ogni giorno ci regala “sparuti incostanti sprazzi di bellezza” che bisogna ripartire. Sapremo fare de “La Grande bellezza” la nostra nuova “dolce vita”?

Colonna sonora: W l’Italia, Francesco De Gregori