Dario Franceschini, neoministro per i beni e le attività culturali, nelle prossime ore, potrebbe firmare l’ormai famoso decreto per l’adeguamento dell’equo compenso da copia privata sul quale il suo predecessore, Massimo Bray, aveva sospeso la firma per comprendere meglio termini e dinamiche del mercato di riferimento.

Potrebbe trattarsi di un pessimo inizio per il nuovo ministro e per il suo Governo.

Franceschini, infatti, sembrerebbe intenzionato a firmare quello stesso decreto scritto – numeri inclusi – negli uffici della Direzione Generale della Siae che porterebbe ad oltre duecento milioni di euro all’anno (ndr: oggi sono circa ottanta) l’importo complessivo del prelievo raccolto dai produttori e distributori di pc, tablet e smartphone – oltre che di decine di altri supporti e dispositivi – e naturalmente riaddebitato sugli acquirenti di tali prodotti. È un autentico scandalo italiano nei numeri così come – ed anzi, forse, soprattutto – nel metodo.

Cominciamo dai numeri.

In tutta Europa – o meglio nei 23 dei 28 Paesi europei nei quali esiste l’equo compenso da copia privata – lo scorso anno sono stati raccolti complessivamente 600 milioni di euro.

Una cifra che se confrontata con quella di oltre duecento milioni di euro che la Siae pretenderebbe venisse raccolta in Italia nel corso del 2014, significherebbe che i consumatori italiani si ritroverebbero a contribuire per oltre il 30% alla raccolta complessiva. Un dato evidentemente abnorme. Ma gli aspetti più inquietanti della storia non riguardano i numeri quanto piuttosto il metodo.

L’ex ministro, Massimo Bray, aveva resistito ad un autentico tentativo di golpe da parte della Siae e si era rifiutato di firmare un decreto scritto da un soggetto che ha, nella vicenda, un proprio autonomo interesse giacché ricava una lauta percentuale dalla gestione dell’equo compenso da copia privata ed aveva, pertanto, commissionato una ricerca di mercato allo scopo di verificare se e quanto i consumatori italiani utilizzino effettivamente pc, tablet e smartphone per effettuare copie private e, dunque, quali dovessero essere le tariffe da inserire nel decreto per fare in modo che il compenso fosse davvero equo.

L’improvviso avvicendamento a Palazzo Chigi gli aveva impedito di pubblicare i risultati di tale ricerca di mercato e di invitare i rappresentanti di tutte le categorie interessate attorno ad un tavolo per discuterli e cercare una posizione di compromesso tra i contrapposti interessi.

Sarebbe stato lecito attendersi che il neoministro ricominciasse da qui. Condivisione trasparente dei risultati della ricerca, discussione con gli interessati e, quindi, il varo del decreto.

Nulla di tutto ciò è accaduto mentre, sembra, che il neoministro, a poche ore dall’insediamento, abbia avvertito l’esigenza di incontrare i soli rappresentanti della Siae, rispondendo, invece, con il silenzio agli altri soggetti interessati che, pure, hanno chiesto di accedere ai risultati della ricerca in questione e di incontrarlo per discutere di uno dei dossier più delicati che si è ritrovato sul tavolo.

È uno scenario che se, nelle prossime ore, risultasse confermato nei fatti, proietterebbe un inquietante cono d’ombra sui primi passi del nuovo ministro e del Governo che rappresenta.

Nessuno vuole negare ai titolari dei diritti quanto loro compete a fronte dei sacrifici che, effettivamente, sopportano quando un utente effettua una copia in più di un’opera che ha legittimamente acquistato, comprandone una in meno, ma ciò non significa – e non può significare – che i consumatori, solo perché utilizzano smartphone o tablet per ascoltare musica o guardarsi un film, debbano essere “tassati” anche quando – come, ormai, avviene nella quasi totalità dei casi – si limitano ad utilizzare diritti che hanno regolarmente acquistato, pagando il corrispettivo della relativa licenza.

Un approccio del genere rende “iniquo”, l’equo compenso e trasforma l’indennizzo sacrosanto che compete al titolare dei diritti in un prelievo forzoso ed ingiusto dalle tasche dei consumatori.