L’immagine che voglio evocare è questa: il locomotore deragliato del treno Genova-Marsiglia con una inclinazione pericolosa e i vagoni ancora agganciati, i passeggeri salvi per miracolo, la scoperta che questa essenziale linea internazionale ha un solo binario. L’immagine mi serve in due modi. Il primo: perché non lavorare qui, subito, invece che in Val di Susa, liberandoci dall’immagine umiliante e dal pericolo incombente del binario unico per viaggiare da Genova a Marsiglia? Il secondo. Che cosa direste di qualcuno che, a locomotore ancora pendente, fosse arrivato di corsa dalle stanze del governo con la proposta affannata di riorganizzare, intanto, l’intero sistema ferroviario italiano, prima di toccare quel treno?

Mi rendo conto: sono due domande altrettanto provocatorie, però diverse. La prima è politica. Credo che la buona politica dovrebbe usare come direttiva il famoso consiglio di Einstein sul modo saggio di cominciare una nuova ricerca: “Si comincia sempre da un punto tecnicamente facile”. Se questo non accade, e si comincia dalle cose più complicate (tipo la riforma della Giustizia), ricordate che sul banco degli imputati va portata la politica e le sue scelte azzardate per ragioni azzardate, molto prima della famosa lentezza della burocrazia.

La seconda domanda ci porta allo strano punto della storia (o meglio, della complicata cronaca che stiamo vivendo). Ricorderete che un primo governo d’emergenza era nato, al di fuori delle maggioranze e opposizioni elettorali, per risolvere “il problema del locomotore in bilico sul vuoto” (ovvero fare subito una legge elettorale come gru per calare la deragliata vita politica italiana in un territorio meno insicuro) e le immediate questioni finanziarie del momento terribile. Poi è nato dal nulla un secondo governo d’emergenza, così grave da richiedere di sospendere l’elezione di un nuovo capo dello Stato, e di lasciare a lui la nomina del nuovo primo ministro e di decidere che nella “maggioranza” – detta anche “pacificazione” – dovevano confluire gli uni e gli altri con il compito vago e vasto di “fare subito le riforme”. Il locomotore continuava a restare sospeso nel vuoto ma si è cominciato a parlare della durata dell’emergenza, forse un anno, forse due. E si è cominciato a chiamarla “stabilità”, detta anche “condizione indispensabile per uscire dalla crisi”.

Improvvisamente arrivano di corsa, senza elezioni, un governo e un leader che durano (questo è l’impegno) quanto un governo eletto, ma che non è un governo eletto. Però è assolutamente deciso a non accettare limiti. Basta con l’emergenza di poche cose gravi che non possono aspettare. No, si farà tutto. Segue celebrazione immediata. Finalmente c’è un governo che farà tutte le riforme. E le farà fino alla “naturale scadenza”. In che senso naturale? Indicare la data del 2018 è un auspicio o ambizione o decisione perfettamente arbitraria, perché non c’è rapporto fra il voto, la maggioranza parlamentare (che, per giunta, si prospetta variabile), il governo e il voto. Ma l’artificiosità del momento diventa più grande quando al treno (che fingiamo sia ad alta velocità, ma non potrà che essere lento e spesso fermo) di “tutte le riforme”, aggiungiamo la semplificazione e la riforma della burocrazia. La semplificazione può essere: le leggi, e allora si fa in Parlamento. Oppure i percorsi attraverso cui passa una legge per raggiungere i cittadini.

Allora è bene ricordare che, su quel percorso, gravano autorità diverse, norme diverse e gradi diversi di controllo. Ovvero, occorrono altre leggi e altre norme, da settori molto diversi del Parlamento e del governo, per toccare certe materie che vengono per comodità descritte come “burocratiche” e immaginate come responsabilità funzionariale o impiegatizia e genericamente immaginate come volontaria pigrizia che un risoluto governo può scuotere. Non può, se è attendibile (lo è) la breve descrizione che precede. Segue, sempre in bilico sul vuoto, il pesante vagone della burocrazia vera e propria, i “gabinetti”, gli uffici, i consiglieri, gli accentramenti (lo decidono a Roma), i decentramenti (questo spetta al prefetto, no alla regione, oppure a un provveditorato o invece a una autorità), tutti provocati da uno strato successivo di norme di ministeri diversi che gravano sulla stessa materia o di materie diverse regolate da un unico e spesso arbitrario raccordo, a volte dovuto al cliente, a volte alla sgridata severa dell’opinione pubblica, a volte imposte da una sentenza, a volte inserite in un’altra legge per semplificare un’altra materia. E tutto ciò avviene in stratificazioni successive e in epoche e climi culturali e politici successivi e diversi, di più spesa, meno spesa, controlli più frequenti e più stretti, improvvisa svolta sull’autonomia e autocertificazione, a loro volta ristrette da rigorosi richiami a verifiche necessarie contro il degrado, il clientelismo e la corruzione.

Lo sto dicendo non per creare un clima di disperazione (certo che si può riformare e razionalizzare la immensa macchina burocratica) ma per dimostrare, sia pure in questa breve e riassuntiva carrellata, che tutto è politico, e ben poco dipende dalla malevola volontà di un protervo direttore generale o di un pigro impiegato. E come fai a mettere mano a una riforma che può essere, e deve essere, soprattutto politica, se non hai (se non puoi e non devi avere) una prospettiva, un ideale punto di arrivo che si chiama visione politica? Ovvio che non può esservi visione politica in un governo che può anche elencare grandi ideali, ma dispone, come maggioranza di sostegno, di progetti politici smontati e mischiati, una sorta di Ikea in cui, da un pacco-prodotto all’altro, sono stati scambiati i pezzi e nessun montaggio è possibile. Possiamo anche aspettare il 2018, se lo dice Renzi. Lui sa come intrattenerci. Ma l’Europa ci casca? E la ripresa arriva lo stesso?

Il Fatto Quotidiano, 2 marzo 2014