Comincio a preoccuparmi sempre più seriamente della deriva revanscista del governo giapponese di Shinzo Abe. Quello che poco più di un anno fa aveva promesso di resuscitare l’economia nazionale (e di conseguenza mondiale) e che invece sta riesumando – tra la stupore e la costernazione della stragrande maggioranza del suo popolo e la preoccupazione dei suoi vicini – gli aspetti peggiori di un passato che evidentemente, per molti leader giapponesi, non riesce proprio a passare.

L’ultima notizia, che se confermata rischia di provocare una nuova, dagli esiti imprevedibili, ondata di proteste in Corea, è che il governo si appresta a “rivedere” la “dichiarazione Kono” a proposito delle cosiddette “donne di conforto”. La dichiarazione Kono, dal nome dell’ex ministro degli Esteri e speaker della Camera Yohei Kono, è l’atto ufficiale più vicino – e come tale recepito dai coreani – alle scuse formali (mai di fatto presentate) di un paese aggressore, il Giappone, che aldilà e oltre le “tradizionali” sofferenze che ogni guerra provoca e ogni aggressore impone, si era distinto – non solo in Corea – per una serie di particolari, moralmente inaccettabili, nefandezze. Parliamo, per chi non conoscesse la questione, di centinaia di migliaia di donne coreane “prelevate” in vario modo (alcune consenzienti e retribuite, altre ingannate, altre semplicemente rapite e sequestrate) dalle loro città e villaggi e trasferite ai vari fronti (all’epoca i giapponesi avevano occupato buona parte del sud est asiatico) per offrire “ristoro” sessuale alle truppe. Prostitute di stato, insomma. Una pratica diffusa, gestita formalmente da mercanti senza scrupoli ma sotto precisi ordini e “supervisione” dei vertici militari, dunque del governo, preoccupati di mantenere alto (sic!) il morale delle truppe. Una pratica che ha coinvolto anche donne di diversa nazionalità (cinesi, russe, australiane e olandesi, tutte “precettate” mentre erano prigioniere di guerra) e che ha lasciato profonde, indelebili ferite nelle migliaia di donne sopravvissute e nelle loro famiglie.

Una vicenda venuta alla luce sono in anni recenti, quando alcune donne, alcune delle quali oramai ultra ottantenni, hanno avuto il coraggio di raccontare la loro tragedia. E fu dopo la drammatica testimonianza di sedici di esse che il governo giapponese, nel 1993, approvò la cosiddetta dichiarazione Kono. Una dichiarazione breve e solenne, nella quale si ammetteva la responsabilità morale e materiale dello stato e, soprattutto, si esprimeva “profondo rimorso”. La dichiarazione Kono è stata poi negli anni usata da molti leader giapponesi, compreso il primo e unico premier socialista, Tomiichi Murayama, per ribattere alle accuse di non aver fatto “i conti con la storia”. Evidentemente un po’ avevano anche provato a farli, ma invece di insistere sulla buona strada, ora sembrano volerli rifare. Cambiando di nuovo le carte in tavola e rischiando davvero di far perdere la pazienza ai vicini.

Per carità, tutte le guerre provocano crimini orrendi e atroci sofferenze. E tutti, chi più chi meno, tendono a nascondere le proprie malefatte. Francamente, non so se ci siano più italiani oggi che ignorino i crimini di guerra compiuti dal nostro colonialismo “dal volto umano” (che gasava i “nemici”) di quanti giapponesi che ignorino gli orrendi esperimenti umani compiuti in Manciuria dalla Brigata 731 (quelli che inoculavano la peste bubbonica nei prigionieri di guerra, tanto per fare un esempio). Ma mi chiedo cosa sarebbe successo – e voglio sperare succederebbe ancora oggi – se un Presidente del Consiglio fosse andato a “meditare” sulla tomba di Mussolini o se i cancellieri tedeschi, anziché inginocchiarsi, come hanno fatto, davanti al Mausoleo dell’Olocausto o all’entrata di Auschwitz, andassero ogni anno a portare un fiorellino e fermarsi in raccoglimento davanti al bunker dove si è suicidato Hitler.

Fatto salvo un contesto storico-sociale-religioso diverso (ma mica tanto), questo è quanto avviene regolarmente in Giappone. Dove politici come Shinzo Abe, nipote di un criminale di guerra “riabilitato” per tutt’ora oscuri motivi assieme a tanti altri (alla fine, solo 14 “criminali” giapponesi della guerra furono processati e condannati, e tra questi non ci fu l’Imperatore), continua imperterrito, non si sa se per imbecillità, arroganza o errato calcolo politico, a provocare i paesi vicini. C’è chi dice lo faccia per giustificare il fallimento – oramai evidente – delle sue politiche economiche, soffiando sul mai sopito patriottismo dei giapponesi. Ma non ha molto senso, perché in Giappone fascismo e patriottismo non sono mai stati, e tanto meno lo sono oggi, sinonimi. I giapponesi sono certamente patriottici e, a volte, nazionalisti. Ma non al punto da picchiare gli stranieri, organizzare spedizioni punitive contro gay e barboni, partecipare a manifestazioni violente, provocare attentati o sognare colpi di stato.

Il patriottismo dei giapponesi oggi è molto soft, è quello che li fa timidamente tifare per i successi della nazionale (guidata da Zaccheroni….) o che li fa stringere in questi giorni accanto alla sfortunata Mao Asada, la campionessa di pattinaggio scivolata durante le prove libere a Sochi, insultata da quel bestione di Yoshiro Mori, altro ex premier famoso per le sue goffe gaffes. Da presidente del Comitato per le Olimpiadi di Tokyo non ha trovato di meglio che indirizzargli uno sprezzante: “Quella cade sempre, nei momenti importanti”. Da una settimana, grazie al cielo. è fatto oggetto di sberleffi dall’intera stampa giapponese, anche quella che a suo tempo, quando era premier, ogni tanto ne apprezzava le battute misogine e revansciste, tipo quella: “L’inglese? Io non l’imparo. È la lingua del nemico”. Se il livello è questo, il mondo dovrebbe star tranquillo. Ma non bisogna mai abbassare la guardia. Le provocazioni di Abe e dei suoi ministri e consiglieri stanno rendendo il Giappone – e purtroppo anche i giapponesi – sempre più “antipatici”. E basterebbe un incidente, anche fortuito, per scatenare una reazione a catena. Di questo sono tutti consapevoli, da queste parti, sia aldilà dell’oceano, dove l’alleato americano non ha risparmiato critiche anche pubbliche alle ultime iniziative di Abe, sia nel continente, dove Cina e Corea denunciano non solo la sterzata neo nazionalista ma anche il nuovo attivismo commerciale di Tokyo nel settore delle armi, dopo che il governo ha abolito lo “storico” divieto di esportarle. La presidente sudcoreana Park Geun-hye non fa mistero di disprezzare personalmente il premier Abe (si rifiuta di incontrarlo e persino di parlargli al telefono) mentre il leader cinese Xi Jinpin, in procinto di compiere una storica visita in Germania, sta mettendo in imbarazzo Berlino con la sua richiesta di sostare in raccoglimento davanti al Mausoleo dell’Olocausto. “Per dimostrare il rispetto e l’apprezzamento della Cina – ha spiegato in una intervista l’ambasciatore cinese a Berlino, Shi Mingde – nei confronti di un grande paese che ha saputo ammettere le proprie colpe e riparare ai propri errori. Riconquistando il rispetto della comunità internazionale”. A differenza del Giappone, evidentemente.