L’appello del Procuratore Nazionale Antimafia merita non solo di essere raccolto ma, ove possibile, rilanciato. Le imprese possono essere vittime della mafia, ma essere altresì “della mafia”.

Ecco allora che si rende quanto mai necessario ciò che Aira propose ormai tre anni or sono nel suo “Libro Bianco sull’attuazione delle regole antiriciclaggio“. Urge una modifica alla legge antiriciclaggio che assoggetti le imprese commerciali di una certa entità agli obblighi di identificazione e registrazione della clientela. Sono convinto che le società quotate dovrebbero rientrare tra i soggetti obbligati al rispetto dei principi della Legge 231 del 2007. Ma come tutto questo? Ad esempio, identificando una soglia di fatturato (un milione di euro annui) e di attivi di bilancio (almeno 10 milioni annui) si potrebbero tracciare i rapporti con clientela e operazioni in entrata e in uscita con fornitori e clienti per importi pari o superiori ai 15 mila euro”.

Tutto ciò è necessario al fine di tutelare maggiormente le aziende che, sempre di più sono oggetto di “shopping” da parte di associazioni mafiose. E’ un rapporto perverso quello tra finanza lecita e criminalità organizzata: la crisi ha indebolito le aziende che, sole nella gestione del business appaiono inermi di fronte ad un fenomeno sempre più diffuso come quello di investimenti da parte di malavita. Sarebbe opportuno intensificare la presenza dello Stato attraverso un maggiore conferimento di poteri di polizia amministrativa e giudiziaria ai funzionari preposti al controllo. L’incentivo ad agire secondo le regole di mercato può arrivare sia da una maggiore presenza dello Stato, che spesso non ha risorse adeguate per proteggere gli imprenditori onesti, che dalla stessa collettività, indispensabile nel collaborare con le forze dell’ordine al fine di “ far rete” con i soggetti attrezzati al monitoraggio per operazioni finanziarie e commerciali che quotidianamente vengono poste in essere nel nostro Paese.